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Storie da accampamento
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L'AFORISTA
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" Ma chi è?"
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" "Sono un percorso." ha risposto quando gli è
stato chiesto."
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" E che significa?"
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" Io non lo so, ma lui dice che questo significa
esattamente ciò che ha detto ."
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" E di che cosa vive?"
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" Di aforismi."
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" Nel senso che li vende?"
- " No, nel
senso che non potrebbe vivere senza inventarne
uno a ogni occasione."
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Avevo fatto queste e altre domande al mio amico
Venanzio in relazione ad uno strano individuo
incontrato durante una passeggiata a piedi nei
paraggi di Monte Lunario, dove sembrava che egli
avesse la sua dimora. Mi aveva colpito per la
sua apparente assenza di emotività, il suo
comportamento al di fuori di ogni convenzione,
la sua alta figura, i capelli bianchi
inanellati, il suo viso solcato da rughe
profonde, la sua particolare cortesia che
elargiva pur senza sorridere.
-
Il mio amico sapeva solo che si era trasferito a
Monte Lunario cinque anni prima e che, per
quanti tentativi avesse fatto per conoscerne la
provenienza, nessuno poteva dire di saperlo. Chi
diceva che era un ricco industriale del Nord
che, ricevuta una specie di "illuminazione",
avesse abbandonato tutto per stabilirsi in un
luogo sperduto. Altri dicevano che si trattava
di un ex-detenuto diventato saggio eremita. Tra
molte altre dicerie, quella che più mi
affascinava, si riferiva a un ex-sacerdote, un
gesuita francese che, in contrasto con i dogmi
cattolici avesse deciso di fare l'eremita.
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" Abita in una specie di rustico, in mezzo a una
fitta macchia, dove ci si arriva solo a piedi.
Non possiede né elettricità, né automobile.
Coltiva erbe e ortaggi, non chiede nulla a
nessuno in quanto sembra non aver bisogno di
nulla."
-
Venanzio aveva continuato a darmi informazioni
su quel particolare essere che sembrava uscito
da una stampa d'inizio secolo raffigurante
qualche guru indiano alla conquista di anime
occidentali.
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" Non è proprio così."
-
Disse Venanzio quando gli espressi la mia
impressione.
-
" Non vuole indottrinare nessuno, né insegnare
alcunché. Chi lo incontra una volta poi fa di
tutto per rivederlo, fargli domande, cercarlo.
Lui è cordiale con tutti, ma non lega con
nessuno, non accetta nessun genere di invito, ma
se vai a trovarlo, dopo aver faticato parecchio
per ritrovare la sua casa, ti accoglie
gentilmente. "
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" E gli aforismi?"
-
" Quelli te li serve sempre e comunque, direi
che quando risponde alle tue domande, perché
spesso non lo fa, è con un aforisma inventato
sul momento ma già eterno nella sua validità.
Una volta gli ho chiesto cosa sia un aforisma e
lui ha risposto:" E' un concentrato di
esperienza in pillole elaborato da un cinico."
"Allora tu sei un cinico?" Gli ho ancora
chiesto. " Un uomo può essere tutto ciò che
vuole, solo che non lo sa."
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-
" Sei stato a casa sua?"
-
" Si, diverse volte. Al fine settimana
soprattutto, quando ho tempo per fare una
passeggiata. Anche recentemente. Stranamente lo
trovo sempre da solo, eppure so che molti altri
vanno a trovarlo, tra i miei conoscenti non c'è
nessuno che non ci sia andato."
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" Come vive?"
-
" In quella casa dove abita nulla sembra
testimoniare la sua presenza. E' strano, ma
anche nella sua abitazione egli è ermetico.
Essenziale fino all'estremo. Un letto, un
piccolo tavolo, il focolare, qualche
stoviglia... non c'è niente altro, e tutto è
pulitissimo. Non ho mai saputo cosa e come
mangi, né come illumini la sua casa, non ho mai
visto né lampade, né cibo. Si serve dell'acqua
di una sorgente che ha proprio dietro casa e non
fa uso di nessuno degli oggetti comuni che tutti
conosciamo, non so nemmeno dirti come faccia ad
accendere il fuoco, visto che non ha nemmeno
fiammiferi."
-
" Mi ci accompagneresti uno di questi giorni?"
-
Venanzio mi parve imbarazzato. Poi rispose:
-
" Vedi, se si vuole andare a trovarlo ci si va
da soli, non so perché ma è così; forse perché
arrivarci è una vera impresa, ci si perde spesso
nella macchia, ci si graffia con i rovi, si
perde in pratica l'orientamento. Sembra quasi
che questo sia una sorta di....pedaggio da
pagare. Pensa che un amico mio ci ha impiegato
sei giorni per trovare la casa, ogni volta
tornava indietro senza averla trovata. Si era
anche fornito di mappe geografiche dettagliate,
ma senza successo. Una mattina andò persino al
catasto per cercare di trovare traccia di quella
proprietà, essa vi figurava, ma pure faticò
ancora una settimana prima di trovarla."
-
" E poi?"
-
" Alla fine ci arrivò. In condizioni tutt’altro
che piacevoli, ma ci arrivò. Lui fu molto
contento di vederlo, benché non lo avesse mai
incontrato prima. Lo accolse bene, gli offrì una
delle sue tisane....a proposito, le tisane sono
come i suoi aforismi: te le offre sempre
volentieri, è come un rito di accoglienza e di
benvenuto. Alla domanda di quel mio amico sul
come mai avesse impiegato così tanto tempo a
ritrovarlo, egli rispose: " Le imprese che non
riescono falliscono perché non le si affronta
con il cuore puro, oppure perché non si desidera
realmente la loro riuscita. " Inutile dirti che
l'amico non ci capì nulla."
-
-
Ero ospite di Venanzio da qualche giorno, quando
incontrammo quell'uomo su per quel sentiero, in
montagna. Mi ero iscritto alla locale facoltà di
giurisprudenza e intendevo trasferirmi in città
appena trovata una sistemazione. Quindi, per
diversi giorni dopo quell'incontro, fui
impegnato nella ricerca di una abitazione.
Trovai alloggio presso due altri studenti del
mio corso, in un antico edificio del centro. La
mia camera godeva di un bellissimo panorama e,
nemmeno a farlo apposta, vedevo in lontananza,
quasi azzurrognolo, il Monte Lunario.
-
Una volta stabilitomi, ripensai all'Aforista,
come ormai lo chiamavo tra di me, benché mi
dissero che aveva detto di chiamarsi Ireneo
(nome poco comune per un uomo poco comune).
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-
-
In realtà, non è che ci avessi ripensato solo
allora poiché, anche se impegnatissimo, mi era
tornato in mente spessissimo, e questo fatto mi
aveva ulteriormente indotto ad andarlo a
trovare.
-
Feci anche delle riflessioni sull'effetto che
questa persona aveva prodotto in me. Ero
tendenzialmente portato a non fidarmi,
soprattutto di tutto ciò che è palesemente al di
fuori del comune modo di intendere; mi definivo
volentieri uno scettico ed ero convinto di non
essere particolarmente influenzabile. Mi ero
creato delle certezze e non intendevo farmele
demolire facilmente.
-
Fino ad allora non sospettavo nemmeno
dell'esistenza di persone simili. Sì, conoscevo
qualche persona stravagante, ma mi limitavo a
prenderne atto, magari un po’ divertito, senza
peraltro farmi coinvolgere, considerandole un
po’ matte, da non prendere sul serio:
praticamente il tipico comportamento di una
persona convenzionale che usa definire sé stesso
"normale".
-
-
Ma quell'uomo mi aveva davvero molto
impressionato. Lo vidi venire giù per lo
scosceso sentiero, con movenze lente e misurate,
vestito di normalissimi panni ( gli stessi che
gli vidi portare in seguito, sempre puliti e in
ordine). Quando lo scorgemmo ci fermammo e
Venanzio, in bilico su di un masso, con una mano
su un fianco, in quanto gli faceva male la
milza, col fiato mozzato esclamò:
-
" Ma quello è Ireneo!"
-
Sembrava sorpreso di quell'incontro, infatti,
come mi disse più tardi, Ireneo non lasciava
quasi mai il suo eremo.
-
Quando fummo a portata di voce, Ireneo salutò
con un "buongiorno" gaio, ma senza sorriso, o
meglio, il sorriso c'era, lo si intuiva nel tono
della voce, ma non lo si scorgeva.
-
Venanzio dimostrò subito di essere contento,
poiché, al contrario, sorrideva a tutto spiano
nel ricambiare il saluto.
-
Normalmente, quando dei conoscenti si incontrano
per caso, soprattutto in luoghi non abituali. ci
si chiede reciprocamente dove si vada, a fare
cosa, etc. etc. Ma Venanzio non lo fece, e
nemmeno Ireneo.
-
" Ireneo, che bello incontrarti!"
-
Disse semplicemente, ancora con l'affanno in
bocca per l'arrampicata. Ireneo annuì con il
capo e poi mi guardò.
-
" E' faticoso salire fin quassù."
-
Disse in un tono che sembrava una sentenza,
particolarità tipica, seppi, del suo modo di
esprimersi.
-
Non risposi nulla perché non sapevo che dire,
non aveva formulato una domanda, aveva asserito
un evidente dato di fatto, ed io non avevo nulla
da aggiungere.
-
Ireneo si sedette sul masso come invitandoci a
una pausa, io lo imitai accomodandomi però su
una sporgenza di fronte e Venanzio, sempre
comprimendosi il fianco, fece lo stesso
occupando un posto accanto a me, in modo che
Ireneo, che già ci sovrastava prima per altezza,
risultasse seduto più in alto rispetto a noi.
Non potevo vederlo bene perché avevo il sole di
fronte, dietro a lui, e la sua luce faceva dei
suoi capelli bianchi una raggiera di un candore
mai visto. Aspettavo che Venanzio mi
presentasse, o mi presentasse l'uomo, mi
aspettavo anche che l'uomo mi rivolgesse qualche
domanda, che so, una o due di quelle che di
solito si fanno per iniziare un qualunque
discorso tra due persone sconosciute, le solite
procedure formali tese a scoprire chi ci sta di
fronte e a scoprirci, se ci va. Ma nulla di
questo avvenne. Venanzio sorrideva sempre e
sembrava intenzionato a riposarsi senza parole.
Ireneo stava seduto sul suo masso e forse mi
guardava, ma non saprei dirlo con certezza a
causa del suo viso nascosto dall'ombra. Mi
sentivo a disagio e non sapevo come cavarmela.
Mi sentivo obbligato a dire o a fare qualcosa,
ciò che si prova di fronte a tutto quello che
non è consueto, fuori della norma. Mentre
Venanzio sembrava sentirsi a suo pieno agio, io
ero dibattuto perché quel silenzio tra tre
persone sedute nel mezzo di un sentiero di
montagna, mi sembrava intollerabile.
-
Fu Ireneo a parlare.
-
" Respira a narici alternate, il dolore passerà
subito. Anche se, poi, passerà comunque."
-
Disse rivolto a Venanzio.
-
Io mi chiesi un po’ divertito come si possa
respirare a narici alternate, ma Venanzio
sembrava saperlo e con un dito della mano
sinistra chiuse la narice destra e inspirò, lo
stesso fece con la narice sinistra comprimendola
con un dito della mano destra. Ripetè
l'esercizio diverse volte. Poi si rilassò
completamente. Lo osservai stupito e mi chiesi
se il dolore fosse passato, senza tuttavia
chiederglielo.
-
Poco dopo azzardai una domanda banale che però
interpretava la mia più sincera curiosità:
-
" Lei abita da queste parti?"
-
Ireneo non rispose ed io mi sentii un poco
offeso. Per qualche tempo non parlammo. Ireneo
sembrava "ascoltare" qualcosa che viaggiava
nell'aria, Venanzio era appoggiato al masso e
aveva l'aria di essere assorto, mentre fissava
lo sguardo sulla bianchissima e abbagliante
chioma dell'uomo.
-
Mi sentivo fuori posto, inadatto e a disagio:
quei due, con il loro silenzio, mi provocavano
un fastidio tale che sentivo persino un certo
risentimento nei loro confronti.
-
Fu ancora Ireneo a parlare:
-
" Rilassati. Non c'è nulla per cui agitarsi."
-
" Non sono per niente agitato!"
-
Risposi in tono puerile e risentito; con troppa
veemenza per essere creduto.
-
Venanzio sorrise di nuovo, anzi gli scappò una
risatina che mi diede fastidio.
-
" Si può sapere cosa c'è da ridere? Mi sembri
matto?"
-
" L'uomo è stolto perché ama crearsi
complicazioni inutili."
-
Sentenziò Ireneo con una voce pacata e
assolutamente priva di fretta e di enfasi.
-
Era indubbio che la frecciata aforistica fosse
diretta a me. Lo guardai perplesso e smarrito:
"Ma come parla questo qui?"
-
Balbettai:
-
" No...Che complicazioni?...io..."
-
Il mio disagio aumentava e allora me la cavai
con una risatina e una leggera alzata di spalle.
Poiché adesso il sole gli illuminava il volto da
un lato, potevo vederlo almeno in parte: non
rilevai una particolare espressione. Osservai
però che doveva essere abbastanza vecchio, a
giudicare dalle rughe, ma non sapevo
attribuirgli nessuna età specifica.
-
Giusto per darmi un contegno mi guardai intorno,
intenzionato a trovare uno spunto qualsiasi per
attaccare discorso. La valle in fondo era velata
da una foschia leggerissima che smorzava i
colori accesi trasformandoli in tinte tenui.
Stavo quindi per fare un'osservazione sui luoghi
e sulla stagione, quando Ireneo si alzò e prese
commiato salutandoci molto cordialmente.
-
Anche in questo si distinse; non ci rivolse
altro che un "arrivederci" intriso di
gentilezza. Non il solito : "Ora devo andare."
oppure "Ci vediamo." o cose simile. Solo
arrivederci, disse, ma lo disse non come
ipocrisia convenzionale che si dice a tutti e in
tutte le occasioni, anche quando, magari, ci è
del tutto indifferente il rivederci o meno, o,
peggio ancora, quando la persona che salutiamo
non ci interessa proprio di rivederla.
Quell'arrivederci era detto come se egli fosse
assolutamente certo che ci saremo rivisti e
sembrava un augurio sinceramente voluto.
-
Noi riprendemmo a salire, ma dopo alcuni passi
mi voltai per guardarlo allontanarsi, ma era già
sparito sotto il costone che scendeva a valle.
-
-
Dopo quel giorno guardai con occhi un po’
diversi Venanzio. Ci conoscevamo da qualche
anno, ma non potevo dire di conoscerlo molto
bene.
-
" Come conoscevi quell'esercizio di
respirazione?"
-
" Io non lo conoscevo affatto. Quando Ireneo mi
ha detto di respirare a narici alterne ho
intuito che si dovesse fare così, e l'ho fatto."
-
" E la milza ha smesso di dolerti per questo?"
-
Venanzio aspettò un bel po’ prima di rispondere,
forse cercava le parole più adatte. Poi sembrò
di averle trovate:
-
" Lui dice delle cose che sono proprio come lui
dice che siano. D'altra parte ha anche aggiunto
che il dolore sarebbe passato comunque; non è
così? Quante volte, da ragazzi, dopo una corsa,
abbiamo avuto quel dolore? poi ti fermi e dopo
un po’ sparisce."
-
" Ma è passato o no subito dopo
quell'esercizio?"
-
" Si. Subito."
-
" Di cosa parlate quando vai a trovare Ireneo?"
-
" Per lo più sono io a parlare. Ma con Ireneo si
sta a lungo in silenzio, come avrai notato, egli
dice che bisogna saper ascoltare: "tutto ha una
voce, anche il silenzio.", "oppure : " Bisogna
usare con parsimonia la lingua, essa copre le
voci essenziali della Natura." Quando io parlo
lui annuisce, poi magari mi regala qualche
aforisma, mentre sta filtrando una delle sue
tisane che poi ti offre da bere dentro a una
ciotola di legno."
-
" Come fai a ricordare i suoi aforismi?"
-
" Anche questa è una cosa a cui non so dare una
risposta: nessuno di noi riesce a dimenticarli.
Tu, per esempio, hai dimenticato quello che ti
ha detto su in montagna?"
-
" No. Tanto che posso recitarlo ancora
adesso...."
-
" Inoltre,"
-
continuò Venanzio
-
" subito dopo me li scrivo... ne ho già una
discreta collezione."
-
-
Dopo un poco ripresi a far domande:
-
" E non risponde mai a quanto gli si chiede?"
-
" Raramente."
-
" Perché lo fa secondo te?"
-
" Che cosa?"
-
" Beh, vivere così....."
-
" Me lo sono chiesto all'inizio della nostra
conoscenza. E a volte ho provato a chiederlo
anche a lui. "
-
" E ti ha risposto?"
-
" Non direttamente, ma ho capito che lui non
considera importante avere una "storia
personale", un passato e degli affetti che
incatenano in qualche modo. D'altra parte, se è
vero che non risponde alle domande è anche vero
che non ne fa agli altri, di nessun genere. A
volte ho l'impressione che gli basti guardare
qualcuno per sapere tutto di lui, o meglio, per
conoscere l'essenziale di chi gli sta davanti."
-
" Perché vai a trovarlo?"
-
" Per la stessa ragione per cui tutti ci vanno e
per cui ci andrai tu."
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" E cioè?"
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" Tu lo sai perché desideri andarlo a trovare?"
-
" E chi ti dice che io desideri farlo?"
-
" Il tuo interesse nei suoi confronti: da giorni
non fai che pormi domande su di lui."
-
Mi sentii arrossire come uno stupido adolescente
colto in flagranza: la cosa mi dava fastidio,
benché non sapessi dire se mi dava più fastidio
l'eccesso di curiosità e di attrazione che
provavo per Ireneo o il fatto di essere stato
scoperto da Venanzio.
-
-
Il giorno che mi decisi a intraprendere
l'escursione alla ricerca della casa dell'Aforista,
era un martedì, una settimana prima della
pasqua, che quell'anno cadeva in aprile. Era una
splendida giornata di sole, la natura aveva
smesso il vestito invernale e sfoggiava quello
tutto fiori e colori della primavera. Mi ero
fermato ad ammirare le fioriture, sia quelle
appariscenti degli alberi che quelle più
nascoste delle specie erbacee. Avevo l'animo
leggero ma in fondo sentivo una certa
apprensione: e se non fossi riuscito a trovare
la strada? E se avessi dovuto rinunciarvi? E
cosa gli avrei detto? E perché ci andavo?
-
Soprattutto quest'ultima domanda mi dava da
pensare. Appagare la mia curiosità? No, c'era
qualcosa d'altro, ma cosa? Non lo sapevo.
-
Quella mattina ero uscito di buonora. Mi ero
portato dietro uno zainetto, vi avevo riposto la
colazione e anche una macchina fotografica
carica, nonché una mappa geografica della zona.
Venanzio mi aveva dato delle indicazioni di
massima che però a volte mi sembrava di avere
già dimenticato. Sapevo solo che dovevo andare
sempre verso nord, scendere il versante opposto
al famoso sentiero salito con Venanzio, risalire
poi sul versante opposto e inoltrarmi nella
macchia.
-
Sorprendentemente, nel giro di un'ora e mezza
arrivai sul luogo. Vidi la casa di Ireneo
appoggiata a una parete di roccia nascosta da
una vegetazione abbastanza intricata. La porta
era aperta. Mi fermai un poco prima di decidermi
a farmi avanti. Ero sempre molto indeciso.
-
Poi la sua voce mi giunse:
-
" Vieni pure avanti, non c'è nulla per cui
preoccuparsi."
-
Mi aspetta?! mi dissi sconvolto.
-
Entrai titubante. Ireneo stava in piedi presso
il focolare acceso su cui fumava una pentola
posta su un trepiedi.
-
Memore del precedente incontro, non usai parole
convenzionali o formali, tranne un "buongiorno"
che mi sforzai di pronunciare il più pacatamente
possibile.
-
Ireneo lo ricambiò con quel sorriso celato e
invisibile tutto suo. Si girò quindi verso il
focolare e, senza invitarmi a sedere, si mise a
rimescolare quel che in pentola fumava. Filtrò
il liquido fumante travasandolo con una mestola
di legno dentro una ciotola, anche essa di
legno. Finita l'operazione di filtraggio
trasportò lentamente la ciotola sul tavolo e ve
la posò. Mi fece un cenno con la mano per farmi
capire che era per me. Mi avvicinai e mi sedetti
su una delle due panche ai lati del tavolo. Vidi
che la ciotola era talmente piena che mi
sorpresi del fatto che lui, spostandola fino al
tavolo, non ne avesse versata nemmeno una
goccia.
-
Egli mi si sedette di fronte. Io capivo che
dovevo bere ma da un lato temevo di scottarmi
perché il liquido fumava ancora, dall'altro mi
chiedevo come potevo portarmi la ciotola alle
labbra senza versare un po’ di quel liquido.
Decisi di aspettare.
-
L'Aforista mi guardava ma non parlava. I suoi
occhi mi bucavano laddove si posava lo sguardo:
direttamente in faccia. Mi sentivo morire
dall'imbarazzo e non sapevo pensare ad altro che
al mio desiderio di alzarmi e scappare via.
-
Ma proprio in quel momento egli parlò:
-
"Se non fossimo talmente convinti di saper agire
e pensare meglio di chiunque altro ci renderemmo
conto dei nostri errori ancora prima di
commetterli."
-
Quell'uomo mi leggeva dentro, ne ero più che
sicuro, ormai! Ma questo, invece che
innervosirmi ulteriormente, mi tranquillizzò.
Già, che bisogno hai di dire o di fare qualcosa
se qualcuno, guardandoti, sa già cosa pensi o
cosa vorresti fare? Mi sentii di colpo sicuro,
spazzai via ogni sentore di disagio e guardai
direttamente Ireneo, gli sorrisi e dissi
semplicemente:
-
" Come è vero!"
-
La tensione era scivolata via, in quell'ambiente
un po’ in penombra, tutto sembrava essere
diventato più radioso. Il silenzio non mi
impauriva più. E poi, di quale silenzio parlavo?
Sentivo provenire da fuori un fruscio di
ramaglie mosse dalla brezza, una varietà
impressionante di voci di uccelli, il borbottio
dell'acqua che bolliva sul fuoco, e mille altre
"voci" inidentificabili che udivo per la prima
volta.
-
Allungai le mie mani verso la ciotola e senza
versare nemmeno un goccio del suo contenuto me
la portai alla bocca. Bevetti quel liquido un
po’ amaro e caldo che però sapeva di tutto, di
foglie e di muschio, di fiori e di miele, di
essenze sconosciute e anche di fungo. Lo bevetti
tutto d'un fiato e mi piacque quel suo
scivolarmi dentro liscio, senza sforzo, caldo,
amaro e dolce nello stesso tempo.
-
" Buono."
-
Dissi posando la ciotola vuota sul ripiano del
tavolo.
-
" Sono erbe?"
-
Chiesi poi dimenticando la consuetudine di
Ireneo a non rispondere alle domande. Ma egli
invece mi rispose:
-
"Sono fiori di biancospino:"
-
Già, mi dissi, ne avevo ammirato la fioritura
bianco-rosata lungo il tragitto per venire a
casa sua.
-
Poiché mi aveva risposto mi sentii incoraggiato.
-
" Ma tu chi sei?"
-
Domandai senza perifrasi. Ireneo mi guardò. Poi
si alzò dalla panca e si diresse verso il
focolare. Si girò lento verso di me e mi guardò
ancora. Mi preparai a una non-risposta. Ma egli
parlò:
-
" Se smettessimo di cercare il mistero di certo
molti misteri non sarebbero tali."
-
Mi rallegrai della sua risposta, benché
sottoforma del solito aforisma.
-
" Vuoi dire che non ci sono misteri?"
-
" Voglio dire quello che ho detto."
-
Affermò categorico.
-
Rimuginai un poco dentro di me le sue parole.
Già, in fondo la mia domanda partiva dal
presupposto che la sua natura potesse essere un
mistero, se invece accettavo le cose così come
le recepivo tutto diventava più semplice.
-
Restammo in silenzio ad ascoltare le "voci" del
fuori e del dentro. Ireneo in piedi accanto al
fuoco, io seduto al tavolo.
-
-
A sera, quando tornai nel mio alloggio, vi
trovai Venanzio, venuto a sentire come erano
andate le cose.
-
Come mi vide mi guardò attentamente e poi disse:
-
" Sembri raggiante, cosa è successo?"
-
Gli riferii tutto quanto, gli raccontai cosa
avevo detto e cosa mi era stato detto. Venanzio
sorrideva.
-
" E dici che ha risposto ad alcune tue domande?"
-
Chiese poi abbastanza eccitato.
-
"Si. Alcune volte anche senza aforismi. A
proposito, farò come te, li scriverò."
-
Infatti contavo di tornare ancora dall'Aforista.
Soprattutto per le sensazioni provate e che
ancora provavo. Mi sentivo bene, profondamente
bene. Era come se molti nodi mi si fossero
sciolti dentro e sentivo un sentimento
di....benevolenza, per non dire d'amore, che non
era personale, non indirizzato a qualcuno o
qualcosa in particolare.
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Credo di poterlo definire anche "fiducia", quel
sentimento, ma non solo, era come una
consapevolezza, al di là di ogni forma e timore,
di noto e di grandioso, di conosciuto e
sconosciuto al medesimo tempo, e lo sconosciuto
non mi creava né apprensione, né disagio perché
dentro a me sentivo che non era tanto
"sconosciuto" quanto piuttosto "dimenticato" ma
latente.
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Cercai di comunicare a Venanzio queste
sensazioni, e forse ci riuscii perché mi
confessò che anche lui, seppur vagamente,
provava le medesime cose.
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Nei giorni che seguirono la mia visita a Ireneo
vissi come in una specie di sogno. No, anzi, si
trattava di una speciale sensazione di ebbrezza
accorgendomi per la
-
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prima volta di vivere la mia vita attimo su
attimo e di come questo vivere fosse
qualitativamente superiore ad ogni altro modo di
affrontare l'esistenza.
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Mi rendevo però conto di come per qualcuno fosse
molto difficile condividere o anche solo capire
in quanto ciò implica non considerare più né
carriera, né lavoro, nè ambizioni, o
produttività, e nemmeno ferie, e tutto ciò a cui
sembra aspirare l'uomo e considerato ormai come
un sacrosanto diritto ( praticamente il diritto
a essere schiavi delle abitudini sociali: al
lavoro come mezzo per essere al pari di tutti
gli altri e come tutti gli altri ammassarsi una
volta all'anno su spiagge affollate, fare la
fila ai supermercati per procurarsi oggetti
sempre più inutili, sulle autostrade per correre
da un punto all'altro, conquistarsi un paio di
pantofole e una poltroncina alla sera di fronte
alla TV, unico momento in cui si ha l'illusione
di "guardare" il mondo attraverso le immagini,
con le porte sprangate e inalberando antenne,
simbolo del nostro nuovo modo di comunicare).
No, quello che mi sembrava di capire è che non
avrei dovuto preoccuparmi di nulla, che il
peggio non è restare senza lavoro, non avere da
mangiare, non poter andare in ferie, etc. etc.
ma quello di metterci al servizio delle
abitudini e delle convenzioni.
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Sviluppai a mio agio il mio nuovo modo di
concepire la vita, e più andavo avanti, più mi
sentivo meglio.
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Questo mio nuovo modo di vedere le cose influì
notevolmente anche sui miei programmi di studio.
Lasciai la facoltà di giurisprudenza e mi
iscrissi a quella di filosofia, solo perché mi
sembrava che avrei dovuto apprendere e studiare
il pensiero dell'uomo. Vissi intensamente grandi
emozioni sui libri dei grandi umani e assimilavo
ogni cosa, pensieri compresi che sembravano
provenire la "me di me stesso".
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Tornai molte volte da Ireneo. Condivisi con lui
ore e ore di silenzioso ascoltare. Raccolsi
parecchi aforismi e intuivo cose che solo
qualche settimana prima non avrei nemmeno potuto
concepire.
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Una mattina di pioggia, arrivando a casa di
Ireneo, scrollando fuori dall'uscio l'incerata
che mi ero messo per ripararmi, pensavo tra me
che accettavo praticamente tutto, eventi fausti
e infausti e Ireneo mi accolse con una frase
sibillina che però recepii subito:
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" Vivere così significa riassumere nell'adesso
il prima e il dopo."
-
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Oggi, a tanti anni di distanza da quelle prime
sensazioni, Ireneo è svanito tra le pieghe del
tempo e del mondo. Il suo involucro mortale è
stato inumato qui, nel cimitero cittadino. Al
momento del funerale, curato da tutti noi, suoi
amici e, perché no? sui discepoli, ci trovammo
nell'imbarazzo di non sapere nemmeno il suo
cognome.
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Fui io a trovare Ireneo, morto dalla sera
prima, come dissero dopo i medici, riverso sulla
panca presso il tavolo. Tutto era in ordine,
come sempre a casa sua, di un nitore e di una
pulizia mai vista. Il focolare spento, la
pentola con l'acqua fredda sul trepiedi, tutto
era perfetto in ordine: non un granello di
polvere, il pavimento di assi di legno
pulitissimo, il letto rifatto, senza pieghe,
nella stanza permaneva quel gradevole profumo di
bosco, come di incenso. Non provai tristezza, ma
solo una grande tenerezza. Ora poteva praticare
il silenzio a suo piacimento e nessuna domanda
curiosa lo avrebbe più obbligato a romperlo.
-
Rientrai in città e dovetti avvertire le
autorità. Alcuni funzionari di polizia vennero
inviati a Monte Lunario, frugarono l'abitazione
di Ireneo da cima a fondo, anche nelle altre due
stanze che egli non aveva mai usato e che erano
vuote, per trovare un indizio, un documento
qualunque, che svelasse la sua vera identità.
Ireneo non risultò iscritto nemmeno
all'anagrafe. Rintracciarono il proprietario del
rustico in cui lui aveva vissuto, ma non seppe
dare indicazioni in quanto, vivendo in un'altra
città e non sapendo cosa fare di quella
costruzione, lontana da ogni consorzio umano e
sprovvista delle più elementari infrastrutture,
non se ne occupava da anni e non sapeva nemmeno
che ci abitasse qualcuno.
- Tennero il
corpo all'obitorio del policlinico per
diversi giorni perché si aspettava che
qualcuno si facesse vivo per il
riconoscimento ufficiale. Ma, a parte noi,
non si fece avanti nessuno che lo conoscesse
per nome e cognome. Alla fine ci venne
riconsegnato per la sepoltura. La sua tomba,
per qualche tempo, veniva visitata da molte
persone incuriosite dal mistero di
quell'uomo senza nome.
-
Io al contrario non ci andai mai. Preferivo
tornare a Monte Lunario e ascoltare le "voci"
del silenzio a cui si unì anche quella
indimenticabile del mio "maestro".
-
-
Decisi di trasferirmi a Monte Lunario, nella
dimora terrena di Ireneo, quella mattina in cui,
incontrato un amico che mi esponeva una sua
preoccupazione, mi sentii rispondere:
-
" Preoccuparci per quanto potrebbe accaderci di
spiacevole ha un unico effetto: quello di
esserci preoccupati due volte."
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