Le pagine di Uwe & Luciana
 

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SCRITTI DI LUCIANA SERRA
 
 
Storie da accampamento
 
L'AFORISTA
 
" Ma chi è?"
" "Sono un percorso." ha risposto quando gli è stato chiesto."
" E che significa?"
" Io non lo so, ma lui dice che questo significa esattamente ciò che ha detto ."
" E di che cosa vive?"
" Di aforismi."
" Nel senso che li vende?"
" No, nel senso che non potrebbe vivere senza inventarne uno a ogni occasione."
 
Avevo fatto queste e altre domande al mio amico Venanzio in relazione ad uno strano individuo incontrato durante una passeggiata a piedi nei paraggi di Monte Lunario, dove sembrava che egli avesse la sua dimora. Mi aveva colpito per la sua apparente assenza di emotività, il suo comportamento al di fuori di ogni convenzione, la sua alta figura, i capelli bianchi inanellati, il suo viso solcato da rughe profonde, la sua particolare cortesia che elargiva pur senza sorridere.
Il mio amico sapeva solo che si era trasferito a Monte Lunario cinque anni prima e che, per quanti tentativi avesse fatto per conoscerne la provenienza, nessuno poteva dire di saperlo. Chi diceva che era un ricco industriale del Nord che, ricevuta una specie di "illuminazione", avesse abbandonato tutto per stabilirsi in un luogo sperduto. Altri dicevano che si trattava di un ex-detenuto diventato saggio eremita. Tra molte altre dicerie, quella che più mi affascinava, si riferiva a un ex-sacerdote, un gesuita francese che, in contrasto con i dogmi cattolici avesse deciso di fare l'eremita.
" Abita in una specie di rustico, in mezzo a una fitta macchia, dove ci si arriva solo a piedi. Non possiede né elettricità, né automobile. Coltiva erbe e ortaggi, non chiede nulla a nessuno in quanto sembra non aver bisogno di nulla."
Venanzio aveva continuato a darmi informazioni su quel particolare essere che sembrava uscito da una stampa d'inizio secolo raffigurante qualche guru indiano alla conquista di anime occidentali.
" Non è proprio così."
Disse Venanzio quando gli espressi la mia impressione.
" Non vuole indottrinare nessuno, né insegnare alcunché. Chi lo incontra una volta poi fa di tutto per rivederlo, fargli domande, cercarlo. Lui è cordiale con tutti, ma non lega con nessuno, non accetta nessun genere di invito, ma se vai a trovarlo, dopo aver faticato parecchio per ritrovare la sua casa, ti accoglie gentilmente. "
" E gli aforismi?"
" Quelli te li serve sempre e comunque, direi che quando risponde alle tue domande, perché spesso non lo fa, è con un aforisma inventato sul momento ma già eterno nella sua validità. Una volta gli ho chiesto cosa sia un aforisma e lui ha risposto:" E' un concentrato di esperienza in pillole elaborato da un cinico."  "Allora tu sei un cinico?" Gli ho ancora chiesto. " Un uomo può essere tutto ciò che vuole, solo che non lo sa."
 
" Sei stato a casa sua?"
" Si, diverse volte. Al fine settimana soprattutto, quando ho tempo per fare una passeggiata. Anche recentemente. Stranamente lo trovo sempre da solo, eppure so che molti altri vanno a trovarlo, tra i miei conoscenti non c'è nessuno che non ci sia andato."
" Come vive?"
" In quella casa dove abita nulla sembra testimoniare la sua presenza. E' strano, ma anche nella sua abitazione egli è ermetico. Essenziale fino all'estremo. Un letto, un piccolo tavolo, il focolare, qualche stoviglia... non c'è niente altro, e tutto è pulitissimo. Non ho mai saputo cosa e come mangi, né come illumini la sua casa, non ho mai visto né lampade, né cibo. Si serve dell'acqua di una sorgente che ha proprio dietro casa e non fa uso di nessuno degli oggetti comuni che tutti conosciamo, non so nemmeno dirti come faccia ad accendere il fuoco, visto che non ha nemmeno fiammiferi."
" Mi ci accompagneresti uno di questi giorni?"
Venanzio mi parve imbarazzato. Poi rispose:
" Vedi, se si vuole andare a trovarlo ci si va da soli, non so perché ma è così; forse perché arrivarci è una vera impresa, ci si perde spesso nella macchia, ci si graffia con i rovi, si perde in pratica l'orientamento. Sembra quasi che questo sia una sorta di....pedaggio da pagare. Pensa che un amico mio ci ha impiegato sei giorni per trovare la casa, ogni volta tornava indietro senza averla trovata. Si era anche fornito di mappe geografiche dettagliate, ma senza successo. Una mattina andò persino al catasto per cercare di trovare traccia di quella proprietà, essa vi figurava, ma pure faticò ancora una settimana prima di trovarla."
" E poi?"
" Alla fine ci arrivò. In condizioni tutt’altro che piacevoli, ma ci arrivò. Lui fu molto contento di vederlo, benché non lo avesse mai incontrato prima. Lo accolse bene, gli offrì una delle sue tisane....a proposito, le tisane sono come i suoi aforismi: te le offre sempre volentieri, è come un rito di accoglienza e di benvenuto. Alla domanda di quel mio amico sul come mai avesse impiegato così tanto tempo a ritrovarlo, egli rispose: " Le imprese che non riescono falliscono perché non le si affronta con il cuore puro, oppure perché non si desidera realmente la loro riuscita. " Inutile dirti che l'amico non ci capì nulla."
 
Ero ospite di Venanzio da qualche giorno, quando incontrammo quell'uomo su per quel sentiero, in montagna. Mi ero iscritto alla locale facoltà di giurisprudenza e intendevo trasferirmi in città appena trovata una sistemazione. Quindi, per diversi giorni dopo quell'incontro, fui impegnato nella ricerca di una abitazione. Trovai alloggio presso due altri studenti del mio corso, in un antico edificio del centro. La mia camera godeva di un bellissimo panorama e, nemmeno a farlo apposta, vedevo in lontananza, quasi azzurrognolo, il Monte Lunario.
Una volta stabilitomi, ripensai all'Aforista, come ormai lo chiamavo tra di me, benché mi dissero che aveva detto di chiamarsi Ireneo (nome poco comune per un uomo poco comune).
 
 
In realtà, non è che ci avessi ripensato solo allora poiché, anche se impegnatissimo, mi era tornato in mente spessissimo, e questo fatto mi aveva ulteriormente indotto ad andarlo a trovare.
Feci anche delle riflessioni sull'effetto che questa persona aveva prodotto in me. Ero tendenzialmente portato a non fidarmi, soprattutto di tutto ciò che è palesemente al di fuori del comune modo di intendere; mi definivo volentieri uno scettico ed ero convinto di non essere particolarmente influenzabile. Mi ero creato delle certezze e non intendevo farmele demolire facilmente.
 Fino ad allora non sospettavo nemmeno dell'esistenza di persone simili. Sì, conoscevo qualche persona stravagante, ma mi limitavo a prenderne atto, magari un po’ divertito, senza peraltro farmi coinvolgere, considerandole un po’ matte, da non prendere sul serio: praticamente il tipico comportamento di una persona convenzionale che usa definire sé stesso "normale".
 
Ma quell'uomo mi aveva davvero molto impressionato. Lo vidi venire giù per lo scosceso sentiero, con movenze lente e misurate, vestito di normalissimi panni ( gli stessi che gli vidi portare in seguito, sempre puliti e in ordine). Quando lo scorgemmo ci fermammo e Venanzio, in bilico su di un masso, con una mano su un fianco, in quanto gli faceva male la milza, col fiato mozzato esclamò:
" Ma quello è Ireneo!"
Sembrava sorpreso di quell'incontro, infatti, come mi disse più tardi, Ireneo non lasciava quasi mai il suo eremo.
Quando fummo a portata di voce, Ireneo salutò con un "buongiorno" gaio, ma senza sorriso, o meglio, il sorriso c'era, lo si intuiva nel tono della voce, ma non lo si scorgeva.
Venanzio dimostrò subito di essere contento, poiché, al contrario, sorrideva a tutto spiano nel ricambiare il saluto.
Normalmente, quando dei conoscenti si incontrano per caso, soprattutto in luoghi non abituali. ci si chiede reciprocamente dove si vada, a fare cosa, etc. etc. Ma Venanzio non lo fece, e nemmeno Ireneo.
" Ireneo, che bello incontrarti!"
Disse semplicemente, ancora con l'affanno in bocca per l'arrampicata. Ireneo annuì con il capo e poi mi guardò.
" E' faticoso salire fin quassù."
Disse in un tono che sembrava una sentenza, particolarità tipica, seppi, del suo modo di esprimersi.
Non risposi nulla perché non sapevo che dire, non aveva formulato una domanda, aveva asserito un evidente dato di fatto, ed io non avevo nulla da aggiungere.
Ireneo si sedette sul masso come invitandoci a una pausa, io lo imitai accomodandomi però su una sporgenza di fronte  e Venanzio, sempre comprimendosi il fianco, fece lo stesso occupando un posto accanto a me, in modo che Ireneo, che già ci sovrastava prima per altezza, risultasse seduto più in alto rispetto a noi. Non potevo vederlo bene perché avevo il sole di fronte, dietro a lui, e la sua luce faceva dei suoi capelli bianchi una raggiera di un candore mai visto. Aspettavo che Venanzio mi presentasse, o mi presentasse l'uomo, mi aspettavo anche che l'uomo mi rivolgesse qualche domanda, che so, una o due di quelle che di solito si fanno per iniziare un qualunque discorso tra due persone sconosciute, le solite procedure formali tese a scoprire chi ci sta di fronte e a scoprirci, se ci va. Ma nulla di questo avvenne. Venanzio sorrideva sempre e sembrava intenzionato a riposarsi senza parole. Ireneo stava seduto sul suo masso e forse mi guardava, ma non saprei dirlo con certezza a causa del suo viso nascosto dall'ombra. Mi sentivo a disagio e non sapevo come cavarmela. Mi sentivo obbligato a dire o a fare qualcosa, ciò che si prova di fronte a tutto quello che non è consueto, fuori della norma. Mentre Venanzio sembrava sentirsi a suo pieno agio, io ero dibattuto perché quel silenzio tra tre persone sedute nel mezzo di un sentiero di montagna, mi sembrava intollerabile.
Fu Ireneo a parlare.
" Respira a narici alternate, il dolore passerà subito. Anche se, poi, passerà comunque."
Disse rivolto a Venanzio.
Io mi chiesi un po’ divertito come si possa respirare a narici alternate, ma Venanzio sembrava saperlo e con un dito della mano sinistra chiuse la narice destra e inspirò, lo stesso fece con la narice sinistra comprimendola con un dito della mano destra. Ripetè l'esercizio diverse volte. Poi si rilassò completamente. Lo osservai stupito e mi chiesi se il dolore fosse passato, senza tuttavia chiederglielo.
Poco dopo azzardai una domanda banale che però interpretava la mia più sincera curiosità:
" Lei abita da queste parti?"
Ireneo non rispose ed io mi sentii un poco offeso. Per qualche tempo non parlammo. Ireneo sembrava "ascoltare" qualcosa che viaggiava nell'aria, Venanzio era appoggiato al masso e aveva l'aria di essere assorto, mentre fissava lo sguardo sulla  bianchissima e abbagliante chioma dell'uomo.
Mi sentivo fuori posto, inadatto e a disagio: quei due, con il loro silenzio, mi provocavano un fastidio tale che sentivo persino un certo risentimento nei loro confronti.
Fu ancora Ireneo a parlare:
" Rilassati. Non c'è nulla per cui agitarsi."
" Non sono per niente agitato!"
Risposi in tono puerile e risentito; con troppa veemenza per essere creduto.
Venanzio sorrise di nuovo, anzi gli scappò una risatina che mi diede fastidio.
" Si può sapere cosa c'è da ridere? Mi sembri matto?"
" L'uomo è stolto perché ama crearsi complicazioni inutili."
Sentenziò Ireneo con una voce pacata e assolutamente priva di fretta e di enfasi.
Era indubbio che la frecciata aforistica fosse diretta a me. Lo guardai perplesso e smarrito: "Ma come parla questo qui?"
Balbettai:
" No...Che complicazioni?...io..."
Il mio disagio aumentava e allora me la cavai con una risatina e una leggera alzata di spalle. Poiché adesso il sole gli illuminava il volto da un lato, potevo vederlo almeno in parte: non rilevai una particolare espressione. Osservai però che doveva essere abbastanza vecchio, a giudicare dalle rughe, ma non sapevo attribuirgli nessuna età specifica.
Giusto per darmi un contegno mi guardai intorno, intenzionato a trovare uno spunto qualsiasi per attaccare discorso. La valle in fondo era velata da una foschia leggerissima che smorzava i colori accesi trasformandoli in tinte tenui. Stavo quindi per fare un'osservazione sui luoghi e sulla stagione, quando Ireneo si alzò e prese commiato salutandoci molto cordialmente.
Anche in questo si distinse; non ci rivolse altro che un "arrivederci" intriso di gentilezza. Non il solito : "Ora devo andare." oppure "Ci vediamo." o cose simile. Solo arrivederci, disse, ma lo disse non come ipocrisia convenzionale che si dice a tutti e in tutte le occasioni, anche quando, magari, ci è del tutto indifferente il rivederci o meno, o, peggio ancora, quando la persona che salutiamo non ci interessa proprio di rivederla. Quell'arrivederci era detto come se egli fosse assolutamente certo che ci saremo rivisti e sembrava un augurio sinceramente voluto.
Noi riprendemmo a salire, ma dopo alcuni passi mi voltai per guardarlo allontanarsi, ma era già sparito sotto il costone che scendeva a valle.
 
Dopo quel giorno guardai con occhi un po’ diversi Venanzio. Ci conoscevamo da qualche anno, ma non potevo dire di conoscerlo molto bene.
" Come conoscevi quell'esercizio di respirazione?"
" Io non lo conoscevo affatto. Quando Ireneo mi ha detto di respirare a narici alterne ho intuito che si dovesse fare così, e l'ho fatto."
" E la milza ha smesso di dolerti per questo?"
Venanzio aspettò un bel po’ prima di rispondere, forse cercava le parole più adatte. Poi sembrò di averle trovate:
" Lui dice delle cose che sono proprio come lui dice che siano. D'altra parte ha anche aggiunto che il dolore sarebbe passato comunque; non è così? Quante volte, da ragazzi, dopo una corsa, abbiamo avuto quel dolore? poi ti fermi e dopo un po’ sparisce."
" Ma  è passato o no  subito dopo quell'esercizio?"
" Si. Subito."
" Di cosa parlate quando vai a trovare Ireneo?"
" Per lo più sono io a parlare. Ma con Ireneo si sta a lungo in silenzio, come avrai notato, egli dice che bisogna saper ascoltare: "tutto ha una voce, anche il silenzio.", "oppure : " Bisogna usare con parsimonia la lingua, essa copre le voci essenziali della Natura." Quando io parlo lui annuisce, poi magari mi regala qualche aforisma, mentre sta filtrando una delle sue tisane che poi ti offre da bere dentro a una ciotola di legno."
" Come fai a ricordare i suoi aforismi?"
" Anche questa è una cosa a cui non so dare una risposta: nessuno di noi riesce a dimenticarli. Tu, per esempio, hai dimenticato quello che ti ha detto su in montagna?"
" No. Tanto che posso recitarlo ancora adesso...."
" Inoltre,"
continuò Venanzio
" subito dopo me li scrivo... ne ho già una discreta collezione."
 
Dopo un poco ripresi a far domande:
" E non risponde mai a quanto gli si chiede?"
" Raramente."
" Perché lo fa secondo te?"
" Che cosa?"
" Beh, vivere così....."
" Me lo sono chiesto all'inizio della nostra conoscenza. E a volte ho provato a chiederlo anche a lui. "
" E ti ha risposto?"
" Non direttamente, ma ho capito che lui non considera importante avere una "storia personale", un passato e degli affetti che incatenano in qualche modo. D'altra parte, se è vero che non risponde alle domande è anche vero che non ne fa agli altri, di nessun genere. A volte ho l'impressione che gli basti guardare qualcuno per sapere tutto di lui, o meglio, per conoscere l'essenziale di chi gli sta davanti."
" Perché vai a trovarlo?"
" Per la stessa ragione per cui tutti ci vanno e per cui ci andrai tu."
" E cioè?"
" Tu lo sai perché desideri andarlo a trovare?"
" E chi ti dice che io desideri farlo?"
" Il tuo interesse nei suoi confronti: da giorni non fai che pormi domande su di lui."
Mi sentii arrossire come uno stupido adolescente colto in flagranza: la cosa mi dava fastidio, benché non sapessi dire se mi dava più fastidio l'eccesso di curiosità e di attrazione che provavo per Ireneo o il fatto di essere stato scoperto da Venanzio.
 
Il giorno che mi decisi a intraprendere l'escursione alla ricerca della casa dell'Aforista, era un martedì, una settimana prima della pasqua, che quell'anno cadeva in aprile. Era una splendida giornata di sole, la natura aveva smesso il vestito invernale e sfoggiava quello tutto fiori e colori della primavera. Mi ero fermato ad ammirare le fioriture, sia quelle appariscenti degli alberi che quelle più nascoste delle specie erbacee. Avevo l'animo leggero ma in fondo sentivo una certa  apprensione:  e se non fossi riuscito a trovare la strada? E se avessi dovuto rinunciarvi? E cosa gli avrei detto? E perché ci andavo?
Soprattutto quest'ultima domanda mi dava da pensare. Appagare la mia curiosità? No, c'era qualcosa d'altro, ma cosa? Non lo sapevo.
Quella mattina ero uscito di buonora. Mi ero portato dietro uno zainetto, vi avevo riposto la colazione e anche una macchina fotografica carica, nonché una mappa geografica della zona. Venanzio mi aveva dato delle indicazioni di massima che però a volte mi sembrava di avere già dimenticato. Sapevo solo che dovevo andare sempre verso nord, scendere il versante opposto al famoso sentiero salito con Venanzio, risalire poi sul versante opposto e inoltrarmi nella macchia.
Sorprendentemente, nel giro di un'ora e mezza arrivai sul luogo. Vidi la casa di Ireneo appoggiata a una parete di roccia nascosta da una vegetazione abbastanza intricata. La porta era aperta. Mi fermai un poco prima di decidermi a farmi avanti. Ero sempre molto indeciso.
Poi la sua voce mi giunse:
" Vieni pure avanti, non c'è nulla per cui preoccuparsi."
Mi aspetta?! mi dissi sconvolto.
Entrai titubante. Ireneo stava in piedi presso il focolare acceso su cui fumava una pentola posta su un trepiedi.
Memore del precedente incontro, non usai parole convenzionali o formali, tranne un "buongiorno" che mi sforzai di pronunciare il più pacatamente possibile.
Ireneo lo ricambiò con quel sorriso celato e invisibile tutto suo. Si girò quindi verso il focolare e, senza invitarmi a sedere, si mise a rimescolare quel che in pentola fumava. Filtrò il liquido fumante travasandolo con una mestola di legno dentro una ciotola, anche essa di legno. Finita l'operazione di filtraggio trasportò lentamente la ciotola sul tavolo e ve la posò. Mi fece un cenno con la mano per farmi capire che era per me. Mi avvicinai e mi sedetti su una delle due panche ai lati del tavolo. Vidi che la ciotola era talmente piena che mi sorpresi del fatto che lui, spostandola fino al tavolo, non ne avesse versata nemmeno una goccia.
Egli mi si sedette di fronte. Io capivo che dovevo bere ma da un lato temevo di scottarmi perché il liquido fumava ancora, dall'altro mi chiedevo come potevo portarmi la ciotola alle labbra senza versare un po’ di quel liquido. Decisi di aspettare.
L'Aforista mi guardava ma non parlava. I suoi occhi mi bucavano laddove si posava lo sguardo: direttamente in faccia. Mi sentivo morire dall'imbarazzo e non sapevo pensare ad altro che al mio desiderio di alzarmi e scappare via.
Ma proprio in quel momento egli parlò:
"Se non fossimo talmente convinti di saper agire e pensare meglio di chiunque altro ci renderemmo conto dei nostri errori ancora prima di commetterli."
Quell'uomo mi leggeva dentro, ne ero più che sicuro, ormai! Ma questo, invece che innervosirmi ulteriormente, mi tranquillizzò. Già, che bisogno hai di dire o di fare qualcosa se qualcuno, guardandoti, sa già cosa pensi o cosa vorresti fare? Mi sentii di colpo sicuro, spazzai via ogni sentore di disagio e guardai direttamente Ireneo, gli sorrisi e dissi semplicemente:
" Come è vero!"
La tensione era scivolata via, in quell'ambiente un po’ in penombra, tutto sembrava essere diventato più radioso. Il silenzio non mi impauriva più. E poi, di quale silenzio parlavo? Sentivo provenire da fuori un fruscio di ramaglie mosse dalla brezza, una varietà impressionante di voci di uccelli, il borbottio dell'acqua che bolliva sul fuoco, e mille altre "voci" inidentificabili che udivo per la prima volta.
Allungai le mie mani verso la ciotola e senza versare nemmeno un goccio del suo contenuto me la portai alla bocca. Bevetti quel liquido un po’ amaro e caldo che però sapeva di tutto, di foglie e di muschio, di fiori e di miele, di essenze sconosciute e anche di fungo. Lo bevetti tutto d'un fiato e mi piacque quel suo scivolarmi dentro liscio, senza sforzo, caldo, amaro e dolce nello stesso tempo.
" Buono."
Dissi posando la ciotola vuota sul ripiano del tavolo.
" Sono erbe?"
Chiesi poi dimenticando la consuetudine di Ireneo a non rispondere alle domande. Ma egli invece  mi rispose:
"Sono fiori di biancospino:"
Già, mi dissi, ne avevo ammirato la fioritura bianco-rosata lungo il tragitto per venire a casa sua.
Poiché mi aveva risposto mi sentii incoraggiato.
" Ma tu chi sei?"
Domandai senza perifrasi. Ireneo mi guardò. Poi si alzò dalla panca e si diresse verso il focolare. Si girò lento verso di me e mi guardò ancora. Mi preparai a una non-risposta. Ma egli parlò:
" Se smettessimo di cercare il mistero di certo molti misteri non sarebbero tali."
Mi rallegrai della sua risposta, benché sottoforma del solito aforisma.
" Vuoi dire che non ci sono misteri?"
" Voglio dire quello che ho detto."
Affermò categorico.
Rimuginai un poco dentro di me le sue parole. Già, in fondo la mia domanda partiva dal presupposto che la sua natura potesse essere un mistero, se invece accettavo le cose così come le recepivo tutto diventava più semplice.
Restammo in silenzio ad ascoltare le "voci" del fuori e del dentro. Ireneo in piedi accanto al fuoco, io seduto al tavolo.
 
A sera, quando tornai nel mio alloggio, vi trovai Venanzio, venuto a sentire come erano andate le cose.
Come mi vide mi guardò attentamente e poi disse:
" Sembri raggiante, cosa è successo?"
Gli riferii tutto quanto, gli raccontai cosa avevo detto e cosa mi era stato detto. Venanzio sorrideva.
" E dici che ha risposto ad alcune tue domande?"
Chiese poi abbastanza eccitato.
"Si. Alcune volte anche senza aforismi. A proposito, farò come te, li scriverò."
Infatti contavo di tornare ancora dall'Aforista. Soprattutto per le sensazioni provate e che ancora provavo. Mi sentivo bene, profondamente bene. Era come se molti nodi mi si fossero sciolti dentro e sentivo un sentimento di....benevolenza, per non dire d'amore, che non era personale, non indirizzato a qualcuno o qualcosa in particolare.
Credo di poterlo definire anche "fiducia", quel sentimento, ma non solo, era come una consapevolezza, al di là di ogni forma e timore, di noto e di grandioso, di conosciuto e sconosciuto al medesimo tempo, e lo sconosciuto non mi creava né apprensione, né disagio perché dentro a me sentivo che non era tanto "sconosciuto" quanto piuttosto "dimenticato" ma latente.
Cercai di comunicare a Venanzio queste sensazioni, e forse ci riuscii perché mi confessò che anche lui, seppur vagamente, provava le medesime cose.
 
Nei giorni che seguirono la mia visita a Ireneo vissi come in una specie di sogno. No, anzi, si trattava di una speciale sensazione di ebbrezza accorgendomi per la
 
 
prima volta di vivere la mia vita attimo su attimo e di come questo vivere fosse qualitativamente superiore ad ogni altro modo di affrontare l'esistenza.
Mi rendevo però conto di come per qualcuno fosse molto difficile condividere o anche solo capire in quanto ciò implica non considerare più né carriera, né lavoro, nè ambizioni, o produttività, e nemmeno ferie, e tutto ciò a cui sembra aspirare l'uomo e considerato ormai come un sacrosanto diritto ( praticamente il diritto a essere schiavi delle abitudini sociali: al lavoro come mezzo per essere al pari di tutti gli altri e come tutti gli altri ammassarsi una volta all'anno su spiagge affollate, fare la fila ai supermercati per procurarsi oggetti sempre più inutili, sulle autostrade per correre da un punto all'altro, conquistarsi un paio di pantofole e una poltroncina alla sera di fronte alla TV, unico momento in cui si ha l'illusione di "guardare" il mondo attraverso le immagini, con le porte sprangate e inalberando antenne, simbolo del nostro nuovo modo di comunicare). No, quello che mi sembrava di capire è che non avrei dovuto preoccuparmi di nulla, che il peggio non è restare senza lavoro, non avere da mangiare, non poter andare in ferie, etc. etc. ma quello di metterci al servizio delle abitudini e delle convenzioni.
Sviluppai a mio agio il mio nuovo modo di concepire la vita, e più andavo avanti, più mi sentivo meglio.
Questo mio nuovo modo di vedere le cose influì notevolmente anche sui miei programmi di studio. Lasciai la facoltà di giurisprudenza e mi iscrissi a quella di filosofia, solo perché mi sembrava che avrei dovuto apprendere e studiare il pensiero dell'uomo. Vissi intensamente grandi emozioni sui libri dei grandi umani e assimilavo ogni cosa, pensieri compresi che sembravano provenire la "me di me stesso".
 
Tornai molte volte da Ireneo. Condivisi con lui ore e ore di silenzioso ascoltare. Raccolsi parecchi aforismi e intuivo cose che solo qualche settimana prima non avrei nemmeno potuto concepire.
Una mattina di pioggia, arrivando a casa di Ireneo, scrollando fuori dall'uscio l'incerata che mi ero messo per ripararmi, pensavo tra me che accettavo praticamente tutto, eventi fausti e infausti e Ireneo mi accolse con una frase sibillina che però recepii subito:
" Vivere così significa riassumere nell'adesso il prima e il dopo."
 
Oggi, a tanti anni di distanza da quelle prime sensazioni, Ireneo è svanito tra le pieghe del tempo e del mondo. Il suo involucro mortale è stato inumato qui, nel cimitero cittadino. Al momento del funerale, curato da tutti noi, suoi amici e, perché no? sui discepoli,  ci trovammo nell'imbarazzo di non sapere nemmeno il suo cognome.
Fui io a trovare  Ireneo, morto dalla sera prima, come dissero dopo i medici, riverso sulla panca presso il tavolo. Tutto era in ordine, come sempre a casa sua, di un nitore e di una pulizia mai vista. Il focolare spento, la pentola con l'acqua fredda sul trepiedi, tutto era perfetto in ordine: non un granello di polvere, il pavimento di assi di legno pulitissimo, il letto rifatto, senza pieghe, nella stanza permaneva quel gradevole profumo di bosco, come di incenso. Non provai tristezza, ma solo una grande tenerezza. Ora poteva praticare il silenzio a suo piacimento e nessuna domanda curiosa lo avrebbe più obbligato a romperlo.
Rientrai in città e dovetti avvertire le autorità. Alcuni funzionari di polizia vennero inviati a Monte Lunario, frugarono l'abitazione di Ireneo da cima a fondo, anche nelle altre due stanze che egli non aveva mai usato e che erano vuote, per trovare un indizio, un documento qualunque, che svelasse la sua vera identità. Ireneo non risultò iscritto nemmeno all'anagrafe. Rintracciarono il proprietario del rustico in cui lui aveva vissuto, ma non seppe dare indicazioni in quanto, vivendo in un'altra città e non sapendo cosa fare di quella costruzione, lontana da ogni consorzio umano e sprovvista delle più elementari infrastrutture, non se ne occupava da anni e non sapeva nemmeno che ci abitasse qualcuno.
Tennero il corpo all'obitorio del policlinico per diversi giorni perché si aspettava che qualcuno si facesse vivo per il riconoscimento ufficiale. Ma, a parte noi, non si fece avanti nessuno che lo conoscesse per nome e cognome. Alla fine ci venne riconsegnato per la sepoltura. La sua tomba, per qualche tempo, veniva visitata da molte persone incuriosite dal mistero di quell'uomo senza nome.
Io al contrario non ci andai mai. Preferivo tornare a Monte Lunario e ascoltare le "voci" del silenzio a cui si unì anche quella indimenticabile del mio "maestro".
 
Decisi di trasferirmi a Monte Lunario, nella dimora terrena di Ireneo, quella mattina in cui, incontrato un amico che mi esponeva una sua preoccupazione, mi sentii rispondere:
" Preoccuparci per quanto potrebbe accaderci di spiacevole ha un unico effetto: quello di esserci preoccupati due volte."

 

 
 
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 ©Uwe Wienke