Le pagine di Uwe & Luciana
 

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SCRITTI DI LUCIANA SERRA
 
 
Favole e antifavole (1987)
 
Il soldato
 
Il rito di guerra si è apparecchiato.
Quello che sono, o sono stato, qui perde tutto il suo valore: sono una pedina su una scacchiera con l'unico compito di uccidere. Mi hanno addestrato per mesi interi, dovrei quindi essere una perfetta macchina da guerra, ora, infatti, è il momento degli eroismi, collettivi o individuali che siano, è il momento di mostrare a se stessi e agli altri ciò che valiamo perché tutti abbiamo sete di affermazioni. Ma io, qui in trincea, mi sento sperso. Non sono riuscito ad accantonare le angosciose paure e questo fa di un soldato un vigliacco, prima ancora di prendere in considerazione le mie convinzioni pacifiste, le mie ideologie, la mia personale individualità. Ho paura e non posso nasconderlo, e provo orrore a uccidere un essere umano. Non vivo più da quando mi hanno sbattuto in questa trincea fangosa: credo di esser già morto e di essere finito all'inferno. Trascorrono spaventosi terrori davanti ai miei occhi e niente è riuscito a farmi abituare a queste tormentate visioni di sangue, di follia omicida, di paura da parte di molti di noi. L'unica fortuna che ci può capitare è quella di essere colpiti a morte il più presto possibile: sembra strano ma sono proprio le anime più tenere, quelle più sconvolte da ciò che accade attorno a noi, che se ne vanno per prime: è quasi una grazia.
 
Stamani ho assistito all'esecuzione di tre disertori. La cosa mi ha talmente sconvolto che ancora adesso uno strano singhiozzo mi scuote il petto. Tre  ragazzi, come tantissimi altri in tempi normali, senza la stoffa dell'eroe, senza nemmeno la grinta o la durezza precostruita da indottrinamenti bellici e violenti. Sono scappati, abbandonando la trincea, in un'alba grigia in attesa del fuoco di un attacco. Li hanno presi poco lontano con le divise lacere e le facce sbiadite da sofferenze troppo grandi per loro. Uno aveva ancora i brufoli dell'adolescenza e gli occhi spalancati sull'enormità della sua paura. In tempo di guerra non si fanno né processi, né si concedono attenuanti. Li hanno sbattuti contro i sacchi della trincea, in mancanza di un muro, e li hanno fucilati a distanza ravvicinata. Si sono adagiati su un fianco come giunchi senza sostegno. Li ho guardati a lungo senza riuscire a staccare gli occhi dal loro petto trapassato dai proiettili. Ho ancora davanti a me la visione di quei tre corpi caduti di fianco uno sull'altro. Poco prima che la scarica li uccidesse li ho sentiti gemere sottovoce perché certamente il terrore aveva tolto loro la voce per urlare. Quando finalmente sono riuscito a staccarmi da quel luogo e ad allontanarmi ho guardato in aria con la speranza di vedere le loro anime azzurre salpare per lidi senza guerre e senza paure, in direzione del luogo etereo, della sala d'attesa, prima della rinascita. Ho agitato la mano in segno di saluto, chissà se mi hanno visto.
 
Aspettiamo da giorni un attacco nemico, o forse un nostro attacco, non si sa mai bene. Ogni volta che arriva l'ordine di attaccare mi lancio alla cieca fuori dalle trincee e seguo l'urlo di incitamento dei nostri "padroni" graduati, o quelli che i soldati emettono per darsi coraggio. Io, al contrario, non urlo, stringo i denti e mi slancio senza nemmeno guardare, a volte con gli occhi chiusi, inciampando nelle buche, tra i rami di alberi caduti, radici divelte e corpi di soldati uccisi. A volte sparo all'impazzata, altre volte mi butto dentro il cratere formato da qualche granata rimanendo bocconi nel fango con l'unico desiderio di essere  inghiottito dalla terra.
Può succedere di trovarsi di fronte a qualcuno che indossa una divisa differente e che parla una lingua non necessariamente diversa: infatti siamo in guerra contro i nostri "vicini" i quali hanno in comune con noi la lingua e la religione. Ma, per fortuna, a me finora è toccato di sparare contro delle vaghe forme, così vaghe che non mi sembra di averne mai colpito alcuna. Sarà anche perché il più delle volte mi raggomitolo in un buco qualsiasi per uscirne solo a battaglia finita. Quando si tratta di sparare dalle nostre postazioni non mi curo nemmeno di guardare dove va a finire il mio colpo: è il mio modo di sabotare la guerra; finora non ho avuto problemi con i superiori, ma alla fine mi scopriranno, lo so.
Giorni fa mi è accaduto di essere rimasto tagliato fuori, in terra di nessuno. Mi ero perduto.
Era  verso sera, l'attacco era stato comandato circa un'ora prima. Avevo usato la tecnica del coniglio, come io la chiamo, e mi ero tuffato precipitosamente dentro il fosso appena scavato da una granata, determinato a non muovermi da lì fino a che l'attacco non fosse cessato.
Quando le armi tacquero mi affacciai e sbirciai fuori; mi accorsi con sgomento di non riconoscere il luogo tanto esso ero sconvolto dalle bombe, dai lanciafiamme e dai mucchi di cadaveri rimasti sul terreno. Non riuscii a comprendere se avevamo sfondato le linee nemiche e occupato le loro trincee o se, viceversa, avevamo dovuto retrocedere. Sta di fatto che ristetti immobile a guardare quel mare di morti e di terra straziata cercando di capire dove fossero i miei compagni. Non osavo tuttavia uscire allo scoperto.
Dopo una mezz'ora circa mi decisi ad uscire strisciando fuori dalla buca, mi trascinai sui gomiti passando dietro i corpi caduti di soldati in grigio e in blu, nemici che la morte aveva reso fratelli, e mi portai avanti in direzione delle trincee che occupavamo prima dell'attacco, sperando che fosse la direzione giusta e che tali trincee non fossero occupate da forze opposte. Stavo emergendo da dietro un cumulo quando davanti a me, allo stesso modo e contemporaneamente, emerse una testa. Era lui, il nemico contro cui combattevo. Colui che avrei dovuto odiare e pertanto uccidere. La frase fatta del tempo di  guerra mi suonava nelle orecchie: "uccidi prima che ti uccidano!". Ero certo che quella testa pensava la stessissima cosa.
 I nostri sguardi si incontrarono: io sentii con la massima certezza che lui non  voleva nuocermi, lessi nei suoi occhi lo sgomento e la paura e certamente lui, avvertì in me le medesime cose. Questo fece nascere in noi uno scambio di energie che ci consentì di sentirci complici, fratelli, assolutamente incapaci di farci alcun male. E´ molto strano, ma è proprio questo che accadde a me e a quell'uomo sconosciuto.
Eravamo così vicini che io potei vedere persino i puntini dorati delle sue pupille.
<<Ti sei perso?>>
mi sussurrò con un tremito nella voce.
<<Si, e tu ?>>
domandai io un po' stordito dall'assurdità della situazione.
<<Anch'io, ma ho l'impressione che i tuoi siano alle mie spalle e che i miei siano dalla parte opposta.>>
<<Ma come è possibile: i tuoi hanno occupato le nostre trincee e i miei le vostre?>>
<< Oh, sai, non sarebbe la prima volta. Si gireranno e si scontreranno di nuovo da diverse direzioni: non importa la conquista del territorio, bensì che la guerra continui.>>
rispose lui con una grande e infinita tristezza.
Tutto intorno taceva, non si udivano gemiti di feriti, segno che non vi erano sopravvissuti. Sdraiato sul ventre, con la sola testa fuori dalla buca guardavo quel mio strano nemico che si trovava nelle mie identiche condizioni.
<< Hai idea di cosa possiamo fare?>>
chiesi convinto che lui potesse darmi delle risposte
<< Intendi adesso? O ti riferisci a questa guerra?>>
<< Non lo so. Forse ad ambedue le cose.>>
risposi.
<< Ecco, è presto detto. Per ora stiamo calmi ad aspettare, quando avremo la certezza del luogo esatto in cui si trovano le nostre linee allora ci salutiamo e ognuno per la sua strada, si fa per dire. Per quanto riguarda questa guerra non so risponderti. Scappare non si può: a meno che non aspiriamo a farci fucilare. Fermare due eserciti in lotta non è cosa per due esserini vili come noi due. Cambiare la situazione non è in nostro potere. Pertanto ci dobbiamo adattare a sopravvivere, a cercare di farlo, almeno finché ci riusciamo. >>
Poi aggiunse quasi soprapensiero:
<< non è escluso che al prossimo scontro sarà proprio un colpo sparato da me ad ucciderti, ma potrebbe anche essere il contrario.>>
Avevo mille cose da dire ma mi sembrava di non poterne dire alcuna. Ripensai a tutti quei miei pianti amari ogni volta che indulgevo alla pietà che mi suscitavano i mille compagni caduti, quei corpi dispersi per campagne ostili, immemori della vita che prima li animava. Era una mia prerogativa piangere di pietà. Non era il dolore ma la pietà che il genere umano mi faceva, pietà della specie più pura.
Dopo un po’ mi accorsi di aver espresso quei miei pensieri a voce alta e di averne fatto partecipe quella creatura inguainata di terra scura bagnata dal sangue della natura stessa.
<< Questi pensieri sono i miei.>>
disse con voce calma quel soldatino da dentro la sua buca.
<< Forse li abbiamo divisi per telepatia; tu da un fronte, io dall'altro. Nelle lunghe attese dei turni di guardia ho immaginato delle cose....Pensa, desideravo ardentemente che Dio  inviasse un suo Angelo con l'incarico di fermare queste atrocità, questa pazza mania che l'uomo coltiva da sempre. Poi mi sono reso conto che invece che di pace il mio era un pensiero di vendetta. L'Angelo avrebbe dovuto punire prima di poter rimettere a posto le cose. E avrebbe dovuto punire coloro che avevano tolto a me la possibilità di vivere in pace la mia vita. No. Non era un pensiero sereno, di giustizia per tutti. Il mio desiderio cercava vendetta.>>
<< Hai ragione.>>
risposi io interrompendolo ma annodando i fili del suo ragionamento ai miei.
<< Chi può determinare e giudicare e separare i "buoni" dai "cattivi"?
A parole nessuno di noi vuole la guerra. Io non ho nulla contro di te, e so che tu non mi odi. Si dimenticano persino i motivi per cui ci inducono a combattere. La patria? La religione? Davanti alla mia paura e al mio terrore queste cose non hanno nessun valore, sono concetti inventati per farci scannare a vicenda. In molti casi ci riescono, ho dei compagni fanatici e assetati di sangue che non riuscirebbero  mai più a riadattarsi a una vita senza violenza. Per molti altri la cosa diventa una condizione normale, anche se all'inizio non volevano accettarla, perché siamo adattabili e degenerabili come nessun'altra creatura al mondo.>>
 
Scese la notte e noi due continuammo a parlare, la sua mente era in sintonia con la mia. Non sentii nemmeno i morsi della fame, né la stanchezza, né il sonno, né l'ansia di ritrovare i miei. Mi sembrava di essere adagiato su un materasso di ovatta invece che sulla nuda terra. La notte si fece scurissima. C'erano solo le nostre parole bisbigliate a illuminarla, parole di sconforto, ma anche di speranza e d'amore. Quelle parole formavano un sudario bianco e soffice per i compagni freddi distesi al suolo, un pietoso manto, un ultimo illusorio riparo per quelle carni dilaniate. Poi lui non mi parlò più. Lo chiamai diverse volte:
" Tu, soldato. Mi senti?"
Pensai che si fosse addormentato.
Restai sveglio ancora un poco, in attesa che lui mi parlasse ancora, svegliandosi e ricordandosi di me. Ma dopo un poco la stanchezza mi vinse e caddi in un sonno buissimo.
Mi svegliò il furioso fuoco di artiglieria. Ma non era un attacco, bensì una semplice scaramuccia. Riuscii ad individuare la postazione delle due parti. Prima di strisciare via cercai di vedere se il giovane compagno di una notte fosse ancora nella sua buca, ma non riuscii a causa delle pallottole che piovevano attorno. Come aveva intuito il soldato nemico i miei si trovavano proprio nella direzione opposta a quella dell'attacco del giorno prima. Riuscii a raggiungerli con grande fatica. Immaginai e sperai che anche quello sconosciuto avesse potuto raggiungere i suoi.
Adesso, ogni volta che sparo un colpo mi auguro che a riceverlo non ci sia proprio lui.
 
In questi ultimi giorni ho spesso pensato a quello sconosciuto. Ci ho pensato con commozione. Mi sono sorpreso del fatto che durante quel lungo colloquio non ci siamo raccontati nulla della nostra vita di prima della guerra. Non ci siamo nemmeno detti i nostri nomi.
Nelle ore tremende di rabbiosissimi scontri il suo pensiero mi segue, lo sento fratello, me stesso. Forse lo sto idealizzando per avere almeno un ideale, per aggrapparmi a un sostegno e per non perdermi del tutto. Stamattina, all'alba, mentre i camminamenti delle trincee venivano animati da figure simili a fantasmi, il mio saluto è corso a quell'essere che stava dall'altra parte. Quasi un buongiorno se ciò non rappresentasse un controsenso in una situazione simile.
 
Oggi è domenica dice la mia agendina sporca e legata con un elastico ancora più sudicio. Ieri notte siamo partiti all'attacco e abbiamo riconquistato la postazione, la stessa che avevamo prima di quel fatidico incontro. Con l'unica differenza che le linee nemiche sono state ricacciate molto indietro.
Durante un periodo di riposo ho cercato di rintracciare quelle due buche vicine da dove io e l'altro ci siamo parlati.
Ho poche speranze di ritrovare il posto esatto, perché la furia della guerra devasta tutto. Ma, sì. Ecco il luogo. Riconosco quel cadavere d'albero, sdraiato per terra come un gigante abbattuto. Dietro dovrebbe esserci il luogo delle due buche.
Egli è là. Immobile. Guarda il cielo con il viso offeso dalla morte mentre nelle sue pupille dilatate non brillano più i puntini dorati. In fondo, nel mio più riposto intimo, l'ho sempre saputo. Ciò che non saprò mai è se ho parlato con un morto o con un vivo. Mi dico e mi ripeto che non posso essere nemmeno sicuro che si tratti della stessa persona: in fondo l'ho visto al calar della sera, per poco tempo, prima che  la notte oscurasse tutto. Cerco di convincermi ma non ci riesco. Sento che si tratta proprio di quel mio compagno, quel mio fratello che pensava con i miei pensieri e che aveva lo stesso identico desiderio di pace e d'amore.
Ora ho un peso dentro a me. Dall'altra parte non c'è mai stato quell'essere che mi parlò quella sera: prima perché non sapevo della sua esistenza, dopo perché credevo che ci fosse e invece era morto dentro alla sua buca.
 
E’ come un'ombra la morte; la senti arrivare e sai di non poter fare nulla. La paura disperde tutte le tue credenze, anche le più radicate. Il momento è giunto, messaggio ricevuto.

 

 
 
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 ©Uwe Wienke