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Favole e antifavole
(1987)
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- Le sparizioni
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1)
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" Ho deciso, me ne vado ! "
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Era questa la frase ricorrente nella vita
coniugale della signora Alida ogni volta che la
violenza di suo marito si faceva esasperante e
insopportabile. Erano ormai venticinque anni che
la ripeteva tanto che il suo collerico marito
nemmeno l'udiva più. Anche perché, nei suoi
momenti di collera, sempre più frequenti, il
signor Alberto raramente udiva qualcosa, fosse
anche l'esplosione di una bomba sul suo
pianerottolo. I suoi scoppi d'ira erano tremendi
e la povera Alida ne era a dir poco
terrorizzata. Non erano bastati tutti quegli
anni di matrimonio per abituarla a questa
violenza, lei era un essere timido, debole e
disarmato.
- Pertanto, ogni
volta che la povera donna, giunta al limite di
ogni sopportazione, ricorreva a quella frase,
dentro a sé aveva la certezza che prima o poi
sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe esaudito
quel desiderio così intenso da farle persino
male: il desiderio di andarsene, di sparire per
sempre dalla vita di quel suo uomo così brutale.
-
Era l'unica frase che Alida poteva pronunciare
ad alta voce e con sicurezza perché di norma la
sua voce era quasi sempre incrinata da un pianto
latente e balbettante; ma il più delle volte
preferiva il silenzio. Ormai provava per suo
marito solo timore, lo temeva anche nei rari
momenti in cui lui non era in collera ma
brontolava a mezza voce, così come fa un vulcano
prima dell'eruzione. Ciò che più la spaventava
erano le urla di suo marito, qualche cosa che
aveva il potere di farle accapponare la pelle.
La voce di lui nell'urlare la sua bestiale
collera diventava un boato sgradevolissimo; il
suo volto si torceva, rosseggiando come la
fiamma, le vene del collo e delle tempie gli si
gonfiavano fino all'inverosimile; i suoi
lineamenti perdevano, con il montare della
furia, ogni caratteristica umana fino ad
assumere l'aspetto di un mostruoso essere. Di
norma queste esplosioni culminavano con degli
schiaffi in pieno viso, o dei potenti calcioni,
ma nemmeno le percosse spaventavano Alida così
tanto quanto le urla.
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Un giorno, durante una violentissima lite, la
signora Alida si era rannicchiata per terra e
uggiolava come un cagnolino ferito. Aveva il
viso gonfio e un occhio che cominciava a
diventare livido. Il motivo della lite non è
importante, anche perché a scatenare le ire
dell'ignobile individuo bastava davvero poco.
Quando l'uomo si allontanò da lei dopo averle
dato uno schiaffo e fatto il gesto di allungarne
un secondo, la povera donna si alzò in piedi, si
allisciò il vestito, allungò il collo e proclamò
a voce piena e ferma :
-
" Ho deciso, me ne vado ! ! "
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Detto fatto sparì. In un soffio si dissolse
sotto gli occhi sbarrati dallo stupore di suo
marito. Alida disparve, scomparve come aveva
sempre desiderato e non tornò mai più, né suo
marito venne mai a sapere cosa le fosse mai
accaduto.
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2)
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Daniel era un bambino di sei anni, timidissimo,
con due grandi occhi umidi e luminosi. Era un
bimbo strano, stando a quello che dicevano di
lui genitori e maestri. Ma loro non sapevano che
il piccolo recava dentro a se un "dolore", come
un nodo di pianto che mai gli permetteva di
gioire, o soltanto sorridere. Era nato con quel
nodo di "dolore", quasi come fosse la condanna
crudele di un destino ancora più crudele. Ogni
cosa lo feriva, ogni cosa lo colpiva in fondo,
dentro, fino a farlo piangere. A volte era un
insulto, una parola sgarbata, un urlo, uno
sguardo, persino, uno di quelli severi che ogni
tanto riceveva da qualche adulto. Anche la
sdolcinata canzonetta della radio trasmessa a
tutto volume, che parlava di un amore
abbandonato, di addii e di lacrime, aveva il
potere di farlo soffrire. La vista di un barbone
che chiedeva l'elemosina all'angolo della
strada, o quella di un gatto con una zampa
ferita, o l'immagine di un soldato morto
trasmessa dalla TV, o una qualunque immagine di
dolore e di violenza, lo feriva profondamente
come l'incisione di un bisturi. Figuriamoci poi
in una società come la nostra, iperinformata,
dove notizie di guerre, carestie, assassinî,
drammi, terremoti ci vengono fornite
giornalmente con una tempestività mostruosa.
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I genitori cercavano di preservare quel loro
bambino che essi definivano "così sensibile !",
ma non sempre ci riuscivano, anche perché molte
di quelle notizie passavano tramite canali
difficilmente "censurabili", come la scuola, la
strada o il mondo sconosciuto degli stessi
bambini. D'altra parte, pur essendo una famiglia
basata su affetti sicuri e stabili, come tutti i
coniugi, anche i genitori di Daniel ogni tanto
litigavano. Crisi che Daniel recepiva nel suo
modo esagerato e doloroso. Durante quei litigi,
che a lui strappavano brandelli di cuore, Daniel
se ne stava dietro la porta della cucina e
piangeva di un pianto muto, senza singhiozzi,
con tutti i sensi tesi a quel che succedeva
attorno a lui. Aveva scoperto, sulla parete
dietro la porta, un minuscolo buchino dove
entrava a malapena il suo mignolo : quando
piangeva aveva preso l'abitudine di infilarvi il
ditino e desiderava scomparirci dentro tutto per
intero.
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Una volta accadde qualcosa di molto drammatico
per Daniel. Il papà aveva perso il lavoro e dopo
qualche tempo questo fatto aveva generato in
famiglia tensione e nervosismo. Niente di strano
che tali tensioni culminassero prima o poi in
una lite di proporzioni mai viste dal nostro
dolcissimo Daniel. A complicare le cose ci si
mise la nonna, madre della mamma, che accusava
suo genero di incapacità. Urla da parte di papà,
pianti da parte di mamma, recriminazioni,
accuse, invettive e parole che mai avrebbero
potuto rimediare o cancellare di fronte a
Daniel. Dal suo angolo Daniel udiva tutto e
tutto recepiva come fosse veleno. Gli occhioni
spalancati e il ditino infilato nel buchino
della parete, tutto teso fino allo spasimo,
desiderò con un'intensità travolgente di
scomparire, o di non esistere per nulla.
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Mentre io mi chiedo da dove gli venga questo
dolore e perché mai un esserino così debba
soffrire in questo modo, ecco che Daniel, come
Alida, scomparve. Egli sparisce senza testimoni,
da dietro la porta della cucina, mentre i suoi
genitori continuavano a litigare.
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Io posso solo assicurare che non è finito tutto
per intero nel buchino della parete.
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3)
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Il cacciatore di foche Kolk avanzava cautamente
sul fondo ghiacciato verso il branco di
baby-foche che brulicava a qualche centinaio di
metri da lui. Insieme ai suoi compagni Kolk era
stato sbarcato da un grosso elicottero su quella
landa inospitale con l'unico incarico di
effettuare il suo lavoro bene e rapidamente:
massacrare quelle inermi creature.
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Era un esperto lui: riusciva ad uccidere con due
soli colpi ben assestati, senza danneggiare la
preziosa pelle. Un simile professionista veniva
ben ricompensato; le Compagnie se lo disputavano
e andavano a cercarlo direttamente a casa
pregandolo di prender parte a questa o quella
battuta. Molte volte gli venivano assegnati dei
gruppi di principianti a cui lui, Kolk il
Massacratore di foche, doveva insegnare il
mestiere. Da un po’ di tempo il lavoro
scarseggiava a causa di quei maledetti movimenti
ecologici e anche perché molti paesi avevano
proibito l'importazione di pelli di foca nel
loro territorio. In ogni caso,per ogni
evenienza, era riuscito a mettere da parte un
consistente gruzzolo e, anche se gli incarichi
si diradavano, un esperto come lui trovava
sempre di che vivere, e anche bene.
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Le baby-foche si trovavano raggruppate ormai a
poche decine di metri. Attorno ai cuccioli, le
madri, ormai in allarme, levavano alte strida
rauche. Alcune di esse si gettarono in acqua
spaventate. I cacciatori avanzavano senza alcuna
precauzione, sapevano infatti molto bene che le
prede non avrebbero potuto porsi in salvo. In
poco tempo circondarono il branco, ma prima
ancora di attaccare i piccoli, dovettero
abbattere molti adulti a colpi di fucile, essi,
infatti, in tentativi disperati e privi di
efficacia, cercavano di difendere i cuccioli.
Sbarazzato il campo da queste inopportune
resistenze volsero la loro attenzione ai
cuccioli.
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Era consuetudine, nei gruppi guidati da Kolk,
che la prima baby-foca fosse uccisa e scuioiata
da lui in persona, quasi come un rito ormai, una
prova di bravura e di perizia.
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Intanto le baby-foche, spaventate dalle urla
degli adulti, prima, e dagli spari, dopo, si
erano messe tutte insieme a strisciare
disordinatamente di qua e di là, in un ultimo e
istintivo moto di salvezza.
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Kolk uccise e scuoiò la sua prima vittima; il
tutto eseguito con vera maestria ed efficacia,
con movimenti sicuri e rapidi. Quando si appese
alla cintura la pelle insanguinata, gli altri
cacciatori si misero all'opera: si avvicinarono
alla vittima prescelta e alzarono il micidiale
bastone incuranti degli occhi umidi e luminosi
che sembravano guardarli. Ma qualcosa li bloccò
in quella posizione, qualcosa che fece loro
trattenere il fiato dalla meraviglia : le
creature votate a morte sparirono, come
dissolvendosi, sotto i loro occhi. Tutti i
cacciatori cominciarono a sentirsi a disagio.
Kolk bestemmiò sentitamente: lui era abituato a
svolgere bene il suo incarico e non voleva
inconvenienti di sorta. Pertanto riarmò il
bastone in posizione e si avvicinò ad un'altra
baby-foca, ma la scena si ripetè: il piccolo
alzò verso di lui gli occhioni profondi come
laghi, mugolò e sparì, come se non fosse mai
esistito. Ben presto su quella sterminata
distesa gelata non rimasero che i corpi delle
foche adulte e della prima baby-foca uccisa. Un
intero branco di cuccioli letteralmente
scomparso ! Cosa accadde a Kolk dopo quel fatto
clamoroso non lo so, né mi interessa.
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Allo stesso modo scomparvero grandi e grossi
elefanti davanti ai fucili dei mercanti d'avorio
; si segnalò la sparizione di moltissimi animali
dagli zoo di tutto il mondo e disparvero, senza
lasciare traccia, migliaia di animali da cavia
nei laboratori delle grandi industrie chimiche.
Sparirono adolescenti incompresi, scomparvero
donne che stavano per essere violentate da bruti
e degli uccellini in gabbia. Sparirono anche le
ultime balene, ma poiché tali sparizioni
avvennero senza testimoni oculari, temo che esse
siano sparite perché definitivamente massacrate.
Si ebbero, quasi in sordina, notizie di
sparizioni di soldati in trincea o durante
esercitazioni. In alcuni paesi a regime
dittatorio molte persone sparirono durante le
sevizie e le torture, sotto gli occhi dei
carnefici, ma queste voci non si poterono mai
controllare. Molti vecchi sparirono dagli
ospizi, e anche negli ospedali psichiatrici si
registrarono misteriose sparizioni. Tra i casi
venuti a mia conoscenza mi resta da segnalare il
più strabiliante e impressionante, quello
relativo alla sparizione di Antony.
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4)
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Era questi un giovane detenuto accusato di
omicidio, rinchiuso nel braccio della morte di
un carcere di massima sicurezza, negli Stati
Uniti. La sua condanna a morte era stata emessa
in base a prove indiziarie, e non c'è da
stupirsi visto che Antony era un giovane di
colore e la vittima un bianco. Egli si dichiarò
sempre innocente, né mai disse il contrario.
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L'esecuzione della condanna venne sospesa a più
riprese ed è questa, credo, la vera tortura
delle pene capitali.
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Antony non riusciva a darsi pace. Aveva i nervi
a pezzi da questo tira e molla che ogni volta lo
terrorizzava quasi fino alla paranoia. La sua
disperazione era tangibile : non dormiva né
mangiava più. Singhiozzava a lungo sulla sua
branda, soprattutto alla notte quando l'oscurità
isola ancora di più un'anima totalmente sola. I
suoi singhiozzi rimbalzavano come palline
impazzite lungo i corridoi ringhierati e
sbattevano contro porte e finestre chiuse da
sbarre inesorabili. Il suo pianto non era però
rabbioso, era, al contrario, di una tristezza
spaventosa, e raccontava del suo estremo bisogno
d'amore e di carezze, di una mano che non fosse
un pugno chiuso. Quando non singhiozzava,
uggiolava da strappare il pianto anche al più
roccioso degli uomini. Questo pianto raccontava
una solitudine devastatrice. Ascoltarlo
diventava sempre più intollerabile, fu per
questo che Antony ebbe "l'onore" di un braccio
di carcere tutto per lui e anche le guardie
vennero sostituite più frequentemente. Una
giovane guardia ebbe a esprimersi così :
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" Spero per noi e per lui che lo impicchino
presto !"
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E in queste condizioni quella era una
considerazione molto umana, la prima che Antony
riceveva.
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Nel 173o giorno di incarcerazione Antony sparì.
Sparì dalla sua cella, come se mai vi fosse
stato rinchiuso. La guardia del turno di notte
lo aveva udito singhiozzare amaramente con la
solita devastante tristezza, e aveva tappato le
sue orecchie con dell'ovatta, la quale,
tuttavia, non isolava del tutto. Dopo un poco
sentì un alto grido, qualcosa che mai gli aveva
udito fare e così, per scrupolo di dovere, si
precipitò verso la sua cella per vedere che cosa
potesse aver provocato quell'aggravarsi della
disperazione nel disgraziato. Non lo venne mai a
sapere perché quando vi arrivò la cella di
Antony, serrata come al solito, era decisamente
vuota.
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La sparizione di Antony scatenò un vespaio a
livello "sotterraneo " e si ventilò l'idea di
una oscura manovra politica. Come poteva un uomo
"evadere" da un carcere di massima sicurezza,
nel "braccio della morte", guardato a vista ?
Egli non segò, né limò, né scardinò, né esercitò
la benché minima violenza su cose o uomini, né
venne in suo aiuto un commando di marines che lo
fece evadere assaltando la prigione. Niente di
tutto questo. Antony sparì e raggiunse Daniel,
Alida, le baby-foche e gli altri esseri inermi
di questo mondo spariti nel medesimo, identico
modo.
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Il modo più semplice di sparire è desiderare
ardentemente di farlo.
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