Le pagine di Uwe & Luciana
 

Home

Chi siamo

e-mail

SCRITTI DI LUCIANA SERRA
 
 
Favole e antifavole (1987)
 
Le sparizioni
 
1)
" Ho deciso, me ne vado ! "
Era questa la frase ricorrente nella vita coniugale della signora Alida ogni volta che la violenza di suo marito si faceva esasperante e insopportabile. Erano ormai venticinque anni che la ripeteva tanto che il suo collerico marito nemmeno l'udiva più. Anche perché, nei suoi momenti di collera, sempre più frequenti, il signor Alberto raramente udiva qualcosa, fosse anche l'esplosione di una bomba sul suo pianerottolo. I suoi scoppi d'ira erano tremendi e la povera Alida ne era a dir poco terrorizzata. Non erano bastati tutti quegli anni di matrimonio per abituarla a questa violenza, lei era un essere timido, debole e disarmato.
Pertanto, ogni volta che la povera donna, giunta al limite di ogni sopportazione, ricorreva a quella frase, dentro a sé aveva la certezza che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe esaudito quel desiderio così intenso da farle persino male: il desiderio di andarsene, di sparire per sempre dalla vita di quel suo uomo così brutale.
Era l'unica frase che Alida poteva pronunciare ad alta voce e con sicurezza perché di norma la sua voce era quasi sempre incrinata da un pianto latente e balbettante; ma il più delle volte preferiva il silenzio. Ormai provava per suo marito solo timore, lo temeva anche nei rari momenti in cui lui non era in collera ma brontolava a mezza voce, così come fa un vulcano prima dell'eruzione. Ciò che più la spaventava erano le urla di suo marito, qualche cosa che aveva il potere di farle accapponare la pelle. La voce di lui nell'urlare la sua bestiale collera diventava un boato sgradevolissimo; il suo volto si torceva, rosseggiando come la fiamma, le vene del collo e delle tempie gli si gonfiavano fino all'inverosimile; i suoi lineamenti perdevano, con il montare della furia, ogni caratteristica umana fino ad assumere l'aspetto di un mostruoso essere. Di norma queste esplosioni culminavano con degli schiaffi in pieno viso, o dei potenti calcioni, ma nemmeno le percosse spaventavano Alida così tanto quanto le urla.
 Un giorno, durante una violentissima lite, la signora Alida si era rannicchiata per terra e uggiolava come un cagnolino ferito. Aveva il viso gonfio e un occhio che cominciava a diventare livido. Il motivo della lite non è importante, anche perché a scatenare le ire dell'ignobile individuo bastava davvero poco. Quando l'uomo si allontanò da lei dopo averle dato uno schiaffo e fatto il gesto di allungarne un secondo, la povera donna si alzò in piedi, si allisciò il vestito, allungò il collo e proclamò a voce piena e ferma :
" Ho deciso, me ne vado ! ! "
Detto fatto sparì. In un soffio si dissolse sotto gli occhi sbarrati dallo stupore di suo marito. Alida disparve, scomparve come aveva sempre desiderato e non tornò mai più, né suo marito venne mai a sapere cosa le fosse mai accaduto.
 
2)
Daniel era un bambino di sei anni, timidissimo, con due grandi occhi umidi e luminosi. Era un bimbo strano, stando a quello che dicevano di lui genitori e maestri. Ma loro non sapevano che il piccolo recava dentro a se un "dolore", come un nodo di pianto che mai gli permetteva di gioire, o soltanto sorridere. Era nato con quel nodo di "dolore", quasi come fosse la condanna crudele di un destino ancora più crudele. Ogni cosa lo feriva, ogni cosa lo colpiva in fondo, dentro, fino a farlo piangere. A volte era un insulto, una parola sgarbata, un urlo, uno sguardo, persino, uno di quelli severi che ogni tanto riceveva da qualche adulto. Anche la sdolcinata canzonetta della radio trasmessa a tutto volume, che parlava di un amore abbandonato, di addii e di lacrime, aveva il potere di farlo soffrire. La vista di un barbone che chiedeva l'elemosina all'angolo della strada, o quella di un gatto con una zampa ferita, o l'immagine di un soldato morto trasmessa dalla TV, o una qualunque immagine di dolore e di violenza, lo feriva profondamente come l'incisione di un bisturi. Figuriamoci poi in una società come la nostra, iperinformata, dove notizie di guerre, carestie, assassinî, drammi, terremoti ci vengono fornite giornalmente con una tempestività mostruosa.
I genitori cercavano di preservare quel loro bambino che essi definivano "così sensibile !", ma non sempre ci riuscivano, anche perché molte di quelle notizie passavano tramite canali difficilmente "censurabili", come la scuola, la strada o il mondo sconosciuto degli stessi bambini. D'altra parte, pur essendo una famiglia basata su affetti sicuri e stabili, come tutti i coniugi, anche i genitori di Daniel ogni tanto litigavano. Crisi che Daniel recepiva nel suo modo esagerato e doloroso.  Durante quei litigi, che a lui strappavano brandelli di cuore, Daniel se ne stava dietro la porta della cucina e piangeva di un pianto muto, senza singhiozzi, con tutti i sensi tesi a quel che succedeva attorno a lui. Aveva scoperto, sulla parete dietro la porta, un minuscolo buchino dove entrava a malapena il suo mignolo : quando piangeva aveva preso l'abitudine di infilarvi il ditino e desiderava scomparirci dentro tutto per intero.
Una volta accadde qualcosa di molto drammatico per Daniel. Il papà aveva perso il lavoro e dopo qualche tempo questo fatto aveva generato in famiglia tensione e nervosismo. Niente di strano che tali tensioni culminassero prima o poi in una lite di proporzioni mai viste dal nostro dolcissimo Daniel. A complicare le cose ci si mise la nonna, madre della mamma, che accusava suo genero di incapacità. Urla da parte di papà, pianti da parte di mamma, recriminazioni, accuse, invettive e parole che mai avrebbero potuto rimediare o cancellare di fronte a Daniel. Dal suo angolo Daniel udiva tutto e tutto recepiva come fosse veleno. Gli occhioni spalancati e il ditino infilato nel buchino della parete, tutto teso fino allo spasimo, desiderò con un'intensità travolgente di scomparire, o di non esistere per nulla.
Mentre io mi chiedo da dove gli venga questo dolore e perché mai un esserino così debba soffrire in questo modo, ecco che Daniel, come Alida, scomparve. Egli sparisce senza testimoni, da dietro la porta della cucina, mentre i suoi genitori continuavano a litigare.
Io posso solo assicurare che non è finito tutto per intero nel buchino della parete.
 
3)
Il cacciatore di foche Kolk avanzava cautamente sul fondo ghiacciato verso il branco di baby-foche che brulicava a qualche centinaio di metri da lui. Insieme ai suoi compagni Kolk era stato sbarcato da un grosso elicottero su quella landa inospitale con l'unico incarico di effettuare il suo lavoro bene e rapidamente: massacrare quelle inermi creature.
Era un esperto lui: riusciva ad uccidere con due soli colpi ben assestati, senza danneggiare la preziosa pelle. Un simile professionista veniva ben ricompensato; le Compagnie se lo disputavano e andavano a cercarlo direttamente a casa  pregandolo di prender parte a questa o quella battuta. Molte volte gli venivano assegnati dei gruppi di principianti a cui lui, Kolk il Massacratore di foche, doveva insegnare il mestiere. Da un po’ di tempo il lavoro scarseggiava a causa di quei maledetti movimenti ecologici e anche perché molti paesi avevano proibito l'importazione di pelli di foca nel loro territorio. In ogni caso,per ogni evenienza, era riuscito a mettere  da parte un consistente gruzzolo e, anche se gli incarichi si diradavano, un esperto come lui trovava sempre di che vivere, e anche bene.
Le baby-foche si trovavano raggruppate ormai a poche decine di metri. Attorno ai cuccioli, le madri, ormai in allarme, levavano alte strida rauche. Alcune di esse si gettarono in acqua spaventate. I cacciatori avanzavano senza alcuna precauzione, sapevano infatti molto bene che le prede non avrebbero potuto porsi in salvo. In poco tempo circondarono il branco, ma prima ancora di attaccare i piccoli, dovettero abbattere molti adulti a colpi di fucile, essi, infatti, in tentativi disperati e privi di efficacia, cercavano di difendere i cuccioli. Sbarazzato il campo da queste inopportune resistenze volsero la loro attenzione ai cuccioli.
Era consuetudine, nei gruppi guidati da Kolk, che la prima baby-foca fosse uccisa e scuioiata da lui in persona, quasi come un rito ormai, una prova di bravura e di perizia.
 Intanto le baby-foche, spaventate dalle urla degli adulti, prima, e dagli spari, dopo, si erano messe tutte insieme a strisciare disordinatamente di qua e di là, in un ultimo e istintivo moto di salvezza.
 Kolk uccise e scuoiò la sua prima vittima; il tutto eseguito con vera maestria ed efficacia, con movimenti sicuri e rapidi. Quando si appese alla cintura la pelle insanguinata, gli altri cacciatori si misero all'opera: si avvicinarono alla vittima prescelta e alzarono il micidiale bastone incuranti degli occhi umidi e luminosi  che sembravano guardarli. Ma qualcosa li bloccò in quella posizione, qualcosa che fece loro trattenere il fiato dalla meraviglia : le creature votate a morte sparirono, come dissolvendosi, sotto i loro occhi. Tutti i cacciatori cominciarono a sentirsi a disagio. Kolk bestemmiò sentitamente: lui era abituato a svolgere bene il suo incarico e non voleva inconvenienti di sorta. Pertanto riarmò il bastone in posizione e si avvicinò ad un'altra baby-foca, ma la scena si ripetè: il piccolo alzò verso di lui gli occhioni profondi come laghi, mugolò e sparì, come se non fosse mai esistito. Ben presto su quella sterminata distesa gelata non rimasero che i corpi delle foche adulte e della prima baby-foca uccisa. Un intero branco di cuccioli letteralmente scomparso ! Cosa accadde a Kolk dopo quel fatto clamoroso non lo so, né mi interessa.
 Allo stesso modo scomparvero grandi e grossi elefanti davanti ai fucili dei mercanti d'avorio ; si segnalò la sparizione di moltissimi animali dagli zoo di tutto il mondo e disparvero, senza lasciare traccia, migliaia di animali da cavia nei laboratori delle grandi industrie chimiche. Sparirono adolescenti incompresi, scomparvero donne che stavano per essere violentate da bruti e degli uccellini in gabbia. Sparirono anche le ultime balene, ma poiché tali sparizioni avvennero senza testimoni oculari, temo che esse siano sparite perché definitivamente massacrate. Si ebbero, quasi in sordina, notizie di sparizioni di soldati in trincea o durante esercitazioni. In alcuni paesi a regime dittatorio molte persone sparirono durante le sevizie e le torture, sotto gli occhi dei carnefici, ma queste voci non si poterono mai controllare. Molti vecchi sparirono dagli ospizi, e anche negli ospedali psichiatrici si registrarono misteriose sparizioni. Tra i casi venuti a mia conoscenza mi resta da segnalare il più strabiliante e impressionante, quello relativo alla sparizione di Antony.
 
4)
Era questi un giovane detenuto accusato di omicidio, rinchiuso nel braccio della morte di un carcere di massima sicurezza, negli Stati Uniti. La sua condanna a morte era stata emessa in base a prove indiziarie, e non c'è da stupirsi visto che Antony era un giovane di colore e la vittima un bianco. Egli si dichiarò sempre innocente, né mai disse il contrario.
L'esecuzione della condanna venne sospesa a più riprese ed è questa, credo, la vera tortura delle pene capitali.
Antony non riusciva a darsi pace. Aveva i nervi a pezzi da questo tira e molla che ogni volta lo terrorizzava quasi fino alla paranoia. La sua disperazione era tangibile : non dormiva né mangiava più. Singhiozzava a lungo sulla sua branda, soprattutto alla notte quando l'oscurità isola ancora di più un'anima totalmente sola. I suoi singhiozzi rimbalzavano come palline impazzite lungo i corridoi ringhierati e sbattevano contro porte e finestre chiuse da sbarre inesorabili. Il suo pianto non era però rabbioso, era, al contrario, di una tristezza spaventosa, e raccontava del suo estremo bisogno d'amore e di carezze, di una mano che non fosse un pugno chiuso. Quando non singhiozzava, uggiolava da strappare il pianto anche al più roccioso degli uomini. Questo pianto raccontava una solitudine devastatrice. Ascoltarlo diventava sempre più intollerabile, fu per questo che Antony ebbe "l'onore" di un braccio di carcere tutto per lui e anche le guardie vennero sostituite più frequentemente. Una giovane guardia ebbe a esprimersi così :
" Spero per noi e per lui che lo impicchino presto !"
E in queste condizioni quella era una considerazione molto umana, la prima che Antony riceveva.
Nel 173o giorno di incarcerazione Antony sparì. Sparì dalla sua cella, come se mai vi fosse stato rinchiuso. La guardia del turno di notte lo aveva udito singhiozzare amaramente con la solita devastante tristezza, e aveva tappato le sue orecchie con dell'ovatta, la quale, tuttavia, non isolava del tutto. Dopo un poco sentì un alto grido, qualcosa che mai gli aveva udito fare e così, per scrupolo di dovere, si precipitò verso la sua cella per vedere che cosa potesse aver provocato quell'aggravarsi della disperazione nel disgraziato. Non lo venne mai a sapere perché quando vi arrivò la cella di Antony, serrata come al solito, era decisamente vuota.
La sparizione di Antony scatenò un vespaio a livello "sotterraneo " e si ventilò l'idea di una oscura manovra politica. Come poteva un uomo "evadere" da un carcere di massima sicurezza, nel "braccio della morte", guardato a vista ? Egli non segò, né limò, né scardinò, né esercitò la benché minima violenza su cose o uomini, né venne in suo aiuto un commando di marines che lo fece evadere assaltando la prigione. Niente di tutto questo. Antony sparì e raggiunse Daniel, Alida, le baby-foche e gli altri esseri inermi di questo mondo spariti nel medesimo, identico modo.
Il modo più semplice di sparire è desiderare ardentemente di farlo.

 

 
 
Google
 

 

 
 
 

www.miniwatt.it è un servizio d'informazione online dedicato interamente all'energia, al risparmio energetico, all'efficienza energetica degli edifici e alle relative tecnologie.
 

 

 
 ©Uwe Wienke