Le pagine di Uwe & Luciana
 

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SCRITTI DI LUCIANA SERRA
 
 
Favole e antifavole (1987)
 
Le ultime volontà
 
Lunedì
Passo molte ore delle mie giornate e delle mie notti a compilare strappare e riscrivere, le mie ultime volontà e ogni volta non sono mai veramente le ultime, le definitive. I motivi per i quali ho cominciato questo inutile, quanto improbo, lavoro credo di non poterli individuare con precisione. Forse a spingermi è il pensiero della morte e delle cose che ho intuito sulla vita; oppure il desiderio d'evasione da quel senso di oppressione che mi assale qualora penso al gravoso peso dei compiti che spettano all'uomo, secondo una mia filosofia invecchiata con me, o forse è sola- mente il notorio desiderio umano di lasciare qualcosa dietro di se, sia pure uno scritto arruffone e confuso che dovrebbe indicare le ultime volontà di chi si appresta a partire.
 
Martedì
Cerco di riscaldarmi a un sole appena tiepido, ma che già suggerisce un inizio di primavera.
Dovrei occuparmi del giardinetto qui davanti all'uscio di casa. E’ invaso da una molteplicità di erbacce che dovrei estirpare. Ma non ne ho molta voglia. Gli abitanti del quartiere passano davanti a me indaffarati ma trovano sempre il tempo di salutarmi con rispetto e di scambiare qualche parola. Per quasi quarant'anni sono stato insegnante di lettere nel locale liceo, alcuni di quei passanti sono stati miei allievi. Sì, sono un vecchio professore di lettere, oggi a riposo.
 
Ieri notte, mentre cercavo di scrivere pagine di "ultime volontà", sono stato colto da un pensiero, del tutto ozioso a dire il vero, ma che mi ha particolarmente colpito. Pensavo che sostanzialmente sono un uomo sano e robusto, data la mia età non ho disturbi seri, eppure alla fine qualcosa si guasterà, mi metterà in avaria, se mi è concesso usare questo termine, insomma, qualcosa per cui morirò. Cosa sarà mai?
 
Mercoledì
Dicono che i vecchi, proprio perché vecchi, non abbiano più paura della morte. Non so cosa ne pensino gli altri, ma a me la morte fa paura eccome ! E˙ vero piuttosto che il pensiero della fine ormai prossima si fa più assiduo e che molti di noi possono persino conviverci, ma che si possa superare quella paura, no, mai.
 
Leggevo giorni fa su un quotidiano una frase, sofisticatissima nel suo genere, espressa da uno scrittore abbastanza noto, una frase che mi ha fatto meditare, anche se forse potrei non averne afferrato il pieno significato : ".....nessuno può vivere una vita al presente : è una mostruosità psicologica...". Io, per conto mio, potrei vivere la mia vita attuale tutta al presente senza trovarla una mostruosità;  mi sono portato a spasso per decenni un bagaglio fatto di ricordi relativi a un certo passato, bello o brutto che sia stato, e questi ricordi, a furia di covarmeli in petto, mi si sono deformati, quasi perdendo la loro essenza originaria. Ed ecco che la necessità di abolire quei ricordi si fa strada in me ; per questo genere di operazione mi occorre abolire anche il passato che ha generato quei ricordi. Dopo di che il futuro, astratto e ipotetico, data l'età che produce demotivazioni, si ignora più facilmente. Resta dunque il presente, con la sua pretesa di reale, con la sua illusione di toccabile, di vivibile e di verificabile.
 
Giovedì
Enrico è il pronipote di un mio collega insegnante, mio carissimo amico, morto ormai da molto tempo.
Viene spesso a trovarmi, un po’ perché ha bisogno di aiuto per quanto concerne i suoi studi sulla letteratura classica, un po’ perché consulta volentieri la mia fornitissima biblioteca e un po’ perché mi è affezionato.
Sa che aggiro il problema dell'insonnia scrivendo e molte volte ha visto il mio tavolo ingombro di carte scritte, ma sa anche che, inesorabilmente, strappo ciò che scrivo. Stamani mi chiedeva :
<< Molti vecchi letterati, una volta in pensione, tentano di scrivere le proprie memorie, lo fai anche tu ?>>
Naturalmente mi affretto a dire di no ( forse con più foga di quanta ne occorra). Io vivo al presente, per questo non scrivo le mie memorie: ho abolito i ricordi e senza ricordi niente memorie. No, ciò che cerco di scrivere sono solo le mie presenti volontà che potrebbero essere le ultime ma che mai lo sono.
" Ma perché le strappi continuamente ? "                                                  
Si stupisce poi lui. Semplicemente perché dopo un poco non sono più valide, sono superate, altre volontà prendono il posto di quelle poco prima scritte, altri pensieri sostituiscono quelli espressi, altre idee soppiantano quelle precedenti. Ogni volta, poi, penso che avrei potuto fare di meglio, anche dal punto  calligrafico, visto che scrivo sempre a mano. E’ come quando mi accingo a scrivere una lettera: scrivo prima la brutta, poi la quasi bella, infine la bella copia non mi piace più e finisco per gettarla via. E’ per questo che non corrispondo con nessuno. Forse perché, paradossalmente, temo le parole scritte.
 
Venerdì
Stamani ero decisissimo a dedicarmi al giardino. Volevo strappare le erbacce e poi ci ho rinunciato. E’ stato quasi come voler riconoscere a quei cespi rigogliosi il diritto sacrosanto alla vita. Idiozie, lo so, ma non ho avuto il coraggio di estirparle. I bulbi di dalie che volevo piantare al posto loro li ho regalati al vicino che, al contrario, ha un giardino curatissimo, senza erbacce, con minuscoli vialetti segnati da pietre bianche (ho il sospetto che le lavi e le lucidi con una lacca trasparente), con funghi rossi di ceramica, sparsi qua e là, e i sette nani di Biancaneve messi a guardia delle aiole non ancora in fiore.
Da due o tre giorni si grida alla catastrofe nucleare, alla nube radioattiva che ha avvelenato l'intera Europa. Che strano, non me ne importa molto. Enrico però è allarmato e mi racconta delle discussioni in merito tenutesi a scuola con gli insegnanti e i compagni. Tuttavia tenta di scherzare ricordando che, da piccolo, in casa, lo obbligavano a mangiare verdure e a bere latte in abbondanza perché " fa bene", proprio il contrario di quello che si predica oggi, dopo la catastrofe nucleare.
<< Ma vedo che tu continui a consumare latte e verdure, non te ne importa nulla della tua salute ?>>
Non voglio teorizzare sui motivi per cui la nube radioattiva non mi tocca, almeno per me stesso. Ma Enrico è pieno di perché e divide il mondo tra chi ha torto e chi ha ragione. Fedele alla mia vita tutta al presente, nemmeno voglio  sforzarmi di ricordare se alla sua età avessi avuto anche io questa visione del mondo.
 
Sabato
Stanotte ha piovuto. Secondo gli immancabili esperti, la pioggia che è caduta sarebbe radioattiva, ma le erbacce, che come me vivono al presente, l'hanno bevuta avidamente. Anche perché, a ripensarci bene, che altro avrebbero potuto fare?
Ho riso di me stesso perché mi sono augurato di morire a causa della radioattività. Infatti, come molti, se non tutti, mi sono fatto una cultura raccogliticcia sulla radioattività, pertanto mi son detto : " ...i soliti esperti parlano di un periodo di circa dieci e persino venti anni di "incubazione" prima che gli effetti della radioattività possano manifestarsi. Ecco che morire a causa di essa, significherebbe, in teoria almeno, vivere ancora un decennio o due (se nel frattempo non hai un incidente sulla strada, non ti cade un mattone sulla testa, non ti viene un infarto e via discorrendo.). Ma anche questo è un discorso ozioso da evitare, oppure da sorriderci su, come appunto ho fatto.
 Ho scritto quasi tutta la mattinata pagine intere di "ultime volontà" inutili e tremende allo stesso tempo perché anch'esse, come tutte le cose che l'uomo fa, sono definitivamente stampate nei registri dei destini. Saranno le ultimissime quelle che non farò più in tempo a distruggere. Oggi ho espresso, tra l'altro, il desiderio di morire nel mio letto.
Pioggia radioattiva o no mi sono spinto fino in centro città per fare spese. Al supermercato la gente guarda sorpresa il mio carrello pieno di verdure e latte. Non posso certo mettermi a spiegare che questa è la mia dieta da molto tempo ormai, e che non sarà la nube a farmi cambiare abitudini.
Mi reco spesso in centro città, sono attirato dallo spettacolo di tutta quella gente, dal traffico e dalla confusione. Mi attira soprattutto osservare la gente di età intermedia ; quella che io definisco : "ancora produttiva", quella, per intenderci, che corre, si dimena, ansima, fa carriera, fuma, impreca, ride poco, beve e mangia in fretta e muore di infarto prima dei quarantacinque anni d'età.
 
Domenica
Stamani con Enrico abbiamo discusso insieme un passo di Tacito e poi lui, cedendo alla curiosità, mi ha chiesto come mai non mi fossi mai sposato, né avessi mai pensato di formare una famiglia. Ho risposto che la causa è da ricercare nell'egoismo e nell'individualismo. Non voglio limitare i miei interessi per una famiglia. E d'altra parte non avrei voluto obbligare una moglie o dei figli a sopportare un individualista come me. Poi ho aggiunto, scherzando un po’, che non avrei voluto diventare "il vecchio" di un giovane individuo che, nel migliore dei casi, mi avrebbe considerato con condiscendenza, o commiserazione, e nel peggiore, un imbecille che della vita non ha capito nulla . Enrico ci è rimasto male perché subito ha detto :
<< Io non ti considero un imbecille. >>
Già. Forse solo perché non sono il suo "vecchio".
 
Faccio lunghe passeggiate soprattutto in riva al fiume che attraversa la cittadina. Nel pomeriggio Enrico andava a giocare al calcio ed io sono uscito. E’ un amore scoperto da poco quello per il fiume, ma conosco di lui anche le più intime rientranze e sinuosità, la più piccola pietra delle sue rive, ogni albero o arbusto che rinverdisce le sue sponde.
Oggi ho incontrato molte persone attirate fuori di casa da queste splendide ore primaverili. Nonostante tutto la gente non mi sembra preoccupata per la nube radioattiva, forse perché nessuno ha una idea precisa sull'accaduto e sulle sue conseguenze. Oppure per un certo diffuso fatalismo che ho avuto modo di riscontrare in questi ultimi tempi.
Devono essere già fiorite le forsizie, le sento nell'aria. Anche le erbacce del mio giardino hanno messo fuori teneri bocciolini microscopici a volte celestini, oppure bianchini o rossicci.
Le mie ultime volontà sono ancora da scrivere, ogni volta mi ricordo di qualcosa di importante da dire, o vorrei cambiare forma allo scritto, così strappo tutto e ricomincio da capo. Mi è venuta la strampalata idea che fintanto che avrò cose da aggiungere non morirò.
 
Lunedì
Enrico ha riportato a casa mia il problema della radioattività e ha voluto illustrarmi i pericoli che essa comporta (molto empiricamente a dire il vero, perché a parte l'infarinatura giornalistica acquisita in questi giorni nessuno ne sa molto).
<< Ma ti rendi conto ?>>                                                                           
Mi ha detto,
<< che veniamo obbligati a convivere con queste forme di pericolo e che poi in casi come questo nessuno sa cosa fare, né cosa ci si deve aspettare? In pratica ci riempiono di parole che di volta in volta terrorizzano, incoraggiano, sminuiscono, smentiscono, minimizzano, ingigantiscono ! >>
Mi sbandiera le mani davanti al viso, molto agitato. Cerco di spiegargli che è estremamente difficile essere esaurienti e chiari su un argomento di cui si sa così poco.
<<Però ne sapevano abbastanza quando ci hanno imposto l'energia atomica. >> 
Risponde quasi sottovoce. E poi aggiunge con veemenza:
<< Capisci ? Io sono uno di quei tantissimi giovani che nutrono delle speranze, lasciatecele per favore ! >>
Sono molto impressionato dal fatto che mi includa nel numero di coloro che vogliono togliere speranze ai giovani; credo che sia a causa del fatto che i miei anni sono quasi 5 volte i suoi, una specie di responsabilità generazionale, insomma.
 
Personalmente ritengo che il nucleare sia da considerare come un rischio in più per l'umanità, un rischio che mette in pericolo la nostra vita esattamente come il cancro, la guerra, l'AIDS, l'infarto, l'omicidio, i terremoti, il terrorismo e le mille altre fonti di pericolo con le quali siamo giornalmente confrontati. Dal nucleare se ne possono trarre anche dei vantaggi, benché nettamente inferiori agli svantaggi. Purtroppo siamo schiavi dei comfort e di tutti quei beni di consumo che hanno bisogno di ingenti quantità di energia. Infatti la maggior parte della gente è abituata ai comfort che ne derivano, come il frigo in funzione 24 ore su 24, la televisione, le luci accese in città durante la notte, i riscaldamenti, le fabbriche divoratrici di energia, che a loro volta producono sempre più comfort, aspirapolvere mostruosi sempre più complessi e così via, fino all'aberrazione mentale. Una volta conobbi una signora che aveva in casa le apparecchiature elettriche più ridicole: dagli apriscatole, agli scaldini da letto ( anche se aveva in ogni camera monumentali termosifoni), dai bigodini elettrici alla cuccia per il cane riscaldata, dalla jogurtiera agli spazzolini da denti e altre simili scemenze. Difficile rinunciare d'un colpo a tutto questo e anche Enrico non accetterebbe l'idea di non poter usare il suo HIF, come lui chiama il suo giradischi, o il suo asciugacapelli, a causa della penuria di energia. Spesso si è solo capaci di invocare l'adozione di energie alternative, affinché il passaggio da una fonte inquinante di energia a una idealmente "pulita" avvenga senza drammi di sorta e, cosa importantissima, senza rinunce di nessun genere. Ma un'idea precisa sull'ideale fonte energetica alternativa non l'ha avuta ancora nessuno!
Per rinunciare di colpo a tutti i comfort a cui siamo abituati ci vorrebbe quasi una rivoluzione ! Ma Enrico ha diritto alle sue speranze, come tutti coloro che ne nutrono, vecchi o giovani che siano.
 
Martedì
Stanotte ho riscritto, inutile dirlo, per la millesima volta almeno, le mie ultime volontà. Ho fatto quasi testamento. Ho disposto per iscritto che la mia biblioteca vada ad Enrico ( non ho parenti, tranne alcuni lontani cugini di cui non so più nulla). Ho voluto destinare una certa somma alle ricerche nel campo delle energie alternative, credo che questo farà molto piacere al mio giovane amico. Ho riespresso il desiderio di chiudere gli occhi nel mio letto. Un lusso concesso ormai a pochi in una società che tenta disperatamente di nascondere nelle corsie degli ospedali l'ultimo atto, il più importante, della vita di ognuno di noi; obbligandoci a una morte spesso solitaria, in un ambiente estraneo dove l'ultima visione che i nostri occhi colgono è una parete giallognola, dove l'ultimo sguardo che ci viene concesso è quello frettoloso e indifferente di qualche inserviente troppo abituato ai morti. Ho saputo di molti amici che sono morti così, gente che, non avendo parenti, poteva contare solo su qualche amico, vecchio e solo come loro. Gente che avrebbe desiderato morire in casa, con accanto una persona conosciuta. Ma gli amici del vecchio colto da malore e trasportato d'urgenza all'ospedale, non vengono avvertiti, così non resta che qualche lacrima di pena, presso una tomba fresca. 
Pertanto lascio il resto del denaro al mio medico personale, affinché, quando sarà il momento, mi procuri una degna assistenza a casa mia.
 
E dopo tanto scrivere, dopo aver provato l'intima soddisfazione per aver disposto tutto per il meglio, dopo essermi concesso un sorriso di compiacimento per l'opera finalmente compiuta e dopo essermi congratulato con me stesso,  mi sono scoperto impaurito. Un timore mai provato prima: è la terribile consapevolezza di non aver niente altro da fare tranne che allungare una mano e aprire una porta la cui soglia non voglio ancora varcare.
Così ho nuovamente strappato tutto assicurandomi che avrei trovato il tempo per riscrivere tutto per bene. Quasi non mi accorgo che, rimandando sempre a domani o dopodomani la stesura ultima delle mie ultime volontà, tradisco la mia filosofia del vivere al presente. Inconsciamente, senza volerlo, proietto la mia vita verso il futuro, sia pure solo di un giorno o due.
 Chissà quando è che le mie ultime volontà saranno veramente le ultime !
 
 Mercoledì
Oggi sono assalito dall'ansia di vedere Enrico. Eravamo rimasti d'accordo che sarebbe passato da me all'uscita della scuola perché aveva una complicata lezione di greco. Ho atteso tutta la mattina.  Io non possiedo un telefono, non c'è nulla che mi disturbi maggiormente che lo squillo di una suoneria mentre leggo o scrivo. Per questo non ho nemmeno fatto installare un campanello elettrico alla porta, ma un semplice batacchio di ferro battuto. Per cui penso che per Enrico sarà molto difficile avvertirmi qualora un qualsiasi evento gli impedisca di venire come promesso.
Verso le l4 decido di andare in centro. Vorrei svagarmi. Il bus è stato però fermato parecchie stazioni prima a causa di una manifestazione antinucleare. Immagino che vi partecipi anche Enrico. Nemmeno a farlo apposta, quando arrivo sulla piazza del municipio, gremita di manifestanti, lo scorgo immediatamente. Mi fa un largo cenno con la mano. Dopo aver preso e dato molte gomitate riesco a raggiungerlo. Inalbera un cartello. Ve ne sono molti, di cartelli, con diverse scritte :
" Bambini radiosi si, radioattivi no !" ,
" La morte viene con la pioggia !",
" Il latte era buono, oggi è veleno !",
" Che domani ci preparate ?" e così via.
Enrico è impegnato con la formazione del corteo, infatti fa parte degli organizzatori della manifestazione, assieme agli insegnanti. Ci sono rappresentate tutte le scuole cittadine, dall'asilo al liceo. Mi sembra una bella cosa. Dicono che verrà anche la televisione. Poiché Enrico ha da fare, io raggiungo il Bar Centrale, sulla stessa piazza, e mi siedo a uno dei tavolini che, visto il bel tempo, hanno già sistemato all'aperto. Mi sento leggero, quasi felice. La piazza è un brulicare di giovani e di cartelli. Si sente il megafono attraverso cui gli organizzatori danno istruzioni per la formazione del corteo. Fra un po’ si muoveranno.
Come d'abitudine tiro fuori dalla tasca della mia giacca il mio quaderno per prendere appunti o pensieri per le mie ultime volontà, ma non scrivo nulla; per ora voglio solo guardare, osservare, catturare con gli occhi tutto ciò che mi circonda.
I concittadini fanno ala al passaggio dei giovani manifestanti, molti si uniscono al corteo, persino alcuni dei vecchietti cadenti, che giornalmente sostano sulle panche davanti al municipio, si alzano e seguono gli altri. Quando l'ultimo cartello mi passa davanti mi accodo anch'io. Mi rendo conto che ora è tutta la cittadina a sfilare insieme e, chissà perché, questo mi dà un brivido di emozione. Percorriamo la circonvallazione bloccando il traffico extra-urbano e quando ci ritroviamo in piazza Municipio Enrico mi marcia accanto con le gote rosse e i capelli al vento. Mi rendo conto che ora i gruppi si sono mischiati formando una omogeneità simpatica e una atmosfera cordiale.
" Non era mica programmata così bella !"
Dice Enrico alludendo alla manifestazione
<< Le cose belle sono ancora più belle quando sono spontanee. >>              Aggiunge sorridendo ; anche io sorrido davanti a questa saggezza giovanile. Benché si vada a passo lento mi fanno male le gambe. Mi sembra una giornata decisamente calda, ansimo e boccheggio un po’, tanto che Enrico mi guarda e poi chiede :
<< Vuoi fermarti ?>>
Faccio segno di no con la testa e intanto rispondo dentro a me : mai ! Mai! Amico mio. Chi si ferma è perduto.
 
E’ la terza volta che, dopo aver percorso il centro e la Circonvallazione, ritorniamo in piazza Municipio. Alcuni ora rompono il corteo, la manifestazione dovrebbe essere finita anche se molti sostano al centro della piazza tenendo alti i loro cartelli, mentre altri sciamano verso i bar. Io ed Enrico sorridiamo divertiti alla vista di un vecchietto, curvo e un po’ malfermo sulle gambe che si trascina dietro il cartello con la scritta " Che domani ci preparate ?".
Enrico vuole offrirmi un gelato. Il primo della stagione. Mi sembra di buon auspicio mangiarlo assieme. Ci ritroviamo pigiati al Bar Centrale con in mano due grossi coni gelato. Mi sento strano. Il ragazzo mi guarda mentre lecca il suo gelatone. A me sembra di essere in mezzo all'ovatta, un ronzio mi penetra negli orecchi. Vedo la bocca di Enrico aprirsi per dirmi qualcosa che non afferro, solo quando scivolo a terra mi rendo conto che diceva :
<< Ma...ti sei rovesciato addosso tutto il gelato ! >>
E nella sua voce mi pare di rimarcare una nota di biasimo, ma subito dopo lo sento prorompere in un richiamo allarmato.
Io precipito mentre le gambe e i piedi di tutta l'umanità si scostano per meglio lasciarmi cadere. Sfinimento, stanchezza immensa, la sensazione di cadere da un punto molto alto e desiderare di atterrare su qualcosa di estremamente morbido per dormire.
Mentre qualcuno mi solleva io vorrei dire qualcosa ma mi pare che dalla mia bocca non esca alcun suono. Vorrei gridare :
<< Per favore, non all'ospedale ! Non all'ospedale ! >>

 

 
 
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 ©Uwe Wienke