Le pagine di Uwe & Luciana
 

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SCRITTI DI LUCIANA SERRA
 
 
Favole e antifavole (1987)
 
I bei luoghi
 
Il vento ha mutato il suo corso, senza preavviso, ed ora mi soffia dritto in faccia lontani odori indecifrabili ma che sempre più sanno di benzine bruciate male. Eppure, qui sulla scogliera, l'aria dovrebbe odorare di alghe e acqua marina.
Chissà perché sono tornata qui. Forse perché spinta dal quel mio antico sogno intravisto per un momento da adolescente e mai più dimenticato. O forse perché speravo in una emozione, visto che nella mia grigia vita quotidiana di emozioni ne ho ben poche. Oppure perché speravo in un incontro. Uno di quelli desiderati fin da ragazzina e che mi spingeva ad uscire anche con la pioggia, per correre qui, sulla scogliera, in attesa di un incontro mai avvenuto. O semplicemente son tornata qui perché questa è la prima vacanza che gestisco da sola.
Fa freddo. Le onde del mare, rabbiose e bianche di spuma, non hanno più nessun linguaggio romantico. Soffro di desolazione e disillusione, qui, sugli scogli a picco su un mare che in altri tempi mi regalava desideri. Questi scogli erano il confine del mio mondo, mondo che non volevo lasciare, perché mi aspettavo di essere raggiunta da qualcosa di meraviglioso, di prodigioso e, oggi lo so, di improbabile.
Volto le spalle al mare e guardo il paese chiuso tra i monti e in se stesso; muto ed esposto al vento gelato.
Non conosco quasi più nessuno di quegli abitanti introversi che vegetano in quelle basse casine per tutto un lungo inverno; un inverno che, per alcuni di essi, dura tutta una vita. Solo in estate il paese si sveglia un po'.  Gli abitanti escono dal letargo e si siedono sulle soglie a leccarsi le ferite. Odia il mare la gente di qua, solo perché lo teme. Pochissimi di loro azzardano un approccio diretto con esso e quei pochi lo fanno sempre con molta cautela. Questa è gente che nemmeno la televisione ha fatto uscire dal proprio isolamento, anzi, direi che lo ha esasperato. Non sa fare un discorso, dialogare o in ogni caso comunicare. Persino le donnette, che altrove sono ciarliere, qui si scambiano unicamente monosillabi e solo quando è necessario. Gente strana la mia gente.
Ho preso alloggio nella decrepita locanda del paese un tempo di proprietà di certi miei parenti ed oggi di una loro serva sopravvissuta. La vecchia si ricorda di me, stranamente mi attribuisce diritti padronali. Sembra proprio una strega tutta curva e nera come è, col naso che si incontra con il mento e la bocca interamente sdentata. La stanza che mi ha offerto è la stessa che da bambina mi parve la più bella, mentre invece ora è buia sporca, tristemente puzzolente di cavoli e di vecchia mal lavata.
 
Mi viene da piangere mentre osservo il volo di alcuni gabbiani che emettono strida rauche e tristi. Qualunque ricordo bello della mia infanzia, con questo viaggio, è destinato a ridimensionarsi o a svanire davanti alla realtà di oggi. Ho ripercorso vecchie stradine, rivisto vecchi edifici e tutto è pervaso da un insopprimibile senso di triste abbandono. "Che sia stato sempre così?" Mi chiedo con un groppo alla gola. Avevo progettato una escursione nei luoghi belli della mia infanzia. Ora mi dico che è inutile andare a ricercare il "Sentiero degli Scalcagnati" che saliva ripido e scosceso attraverso silenziosi massi di granito, cespugli di ginepro, iris selvatici e ciclamini in quelle antiche e radiose primavere. Mentre in inverno il vento popolava di voci misteriose i bassi cespugli sempreverdi agitatissimi nella tempesta che schiaffeggiava i massi e piegava fino a terra i flessuosi rami di oleandro selvatico.
Inutile andare a ricercare la grotta nella quale nasceva una sorgente di freschezza senza pari, accanto alla quale si rifugiavano i pipistrelli. O il valloncello che sembrava un piccolo paradiso terrestre con i sambuco, le querce, e gli oleandri, quello stesso che percorrevo assieme a mio padre in religioso silenzio quasi per non profanarlo. In quello stesso valloncello io depositavo i miei doni per le janas. Li lasciavo sulle rocce. Erano doni che dovevano soddisfare la vanità delle fatine, vanità che avevo intuito da quel che mi raccontavano gli anziani. Pettinini, specchietti, perline tra le più piccole, ritagli minuscoli di stoffe, piume variopinte di uccellini (soprattutto quelle, molto colorate, dei cardellini) che raccoglievo in giro. Anche se mio padre sorrideva di questa mia abitudine, lui stesso quando beveva o mangiava in campagna, non tralasciava mai di offrire un sorso, o un boccone, alla "divinità" del luogo: il primo sorso della sua fiasca e il primo morso del suo pane. Era una cosa che facevamo solo noi due, complici.
Inutile dunque andare a ricercare i miei bei luoghi; li avrei trovati squallidi e tristi. No. Non sarei andata a rivederli. Questo mi avrebbe consentito di conservarli nei miei ricordi  belli come erano una volta. Stavo per tornare sui miei passi, decisa a ripartire il più presto possibile, quando sento una vocina esile:
 <<Io lo so perché trovi tutto brutto e triste.>>
Mi spavento pensando che ormai comincio ad avere delle allucinazioni, mi guardo tutto intorno ma non vedo nessuno. La voce parla ancora:
<<Guarda in basso, sono qui.>>
Guardo e così vedo, presso un grosso cespuglio di lentischio mosso dalla tramontana, una piccolissima jana. Non è più alta della siepe ma è bellissima.
 
Come tutti sanno le janas sono delle fatine, cugine degli gnomi, sorelle degli spiritelli dei boschi. Vanno famose, tra la mia gente, per la loro bellezza, ma pochi possono dire di averle vedute, nemmeno io che da piccola credevo fermamente alla loro esistenza. Crescendo, poi, lontana da questi luoghi, dimenticai questi esseri e la vita mi obbligò a non credere più in nulla, o quasi.
<<Proprio!>>                                                                                                 
Disse in quel momento la jana leggendomi nel pensiero.
<< Ora non credi più in nulla ed è per questo che i tuoi luoghi sono brutti e hanno perso il loro incanto e il loro fascino.>>
<< Io sto sognando. Tu non esisti. Sei solo una visione.>>
<< E sia! Ma chi può dire di voi comuni mortali che cosa sia una visione? Siediti presso di me, altrimenti mi obblighi a gridare per farmi sentire.>>
Mi siedo su una pietra piena di smarrimento ma non di paura. Quando le fantasie, i desideri, i sogni ti lasciano non hai nemmeno più paura. Ora posso vedere meglio la jana che arriva all'altezza dei miei ginocchi, un essere dolcissimo, di proporzioni ammirevoli.
<< Sei tornata e il tuo cuore è colmo di amarezza e delusione perché non hai più ritrovato gli stessi incanti di quando eri bambina. Eppure questi luoghi son sempre gli stessi. Te lo assicuro io che ti conosco da allora, quando andavi in giro a deporre sulle rocce i tuoi doni e i tuoi messaggi. Le mie sorelle ne erano così contente che non passava notte in cui non venivamo a ringraziarti. Entravamo nei tuoi sogni e ne uscivamo all'alba. Nessuno mai ci aveva offerto dei doni, eri la prima a farlo e pertanto nutrimmo per te immensa gratitudine. Come sai siamo particolarmente legate agli abitanti della zona che credendo in noi ci fanno partecipi della loro vita, ma per te e tuo padre, dispensatore di doni anche lui, avevamo molto riguardo.>>
La jana parla con voce calma e molto dolce, io mi sento sempre di più affondare in un mare di emozione.
"Ricordo quella volta che tu , con un tuo dono, ci mettesti un po'ò in difficoltà. Era una collana con perle di cristallo, ma così grande che nessuna di noi poteva metterla. Nostra sorella maggiore ebbe allora l'idea di disfarla e di dividerci le grosse perle. Ognuna di noi le conserva ancora nella sua grotta del tesoro. Ma poi i doni cessarono e anche quei messaggi che di solito erano piccole poesie, frasi affettuose o tristi invocazioni
Eri diventata adulta. Io e le mie sorelle ci consultammo per stabilire se era il caso di mostrarsi a te. Ma si decise di no, per certe ragioni legate ai destini degli uomini.
Ti accingevi a partire.>>
<<Ricordo.>>                                                                                          
Dissi io soffocata dall'emozione
<< Avevo tanto desiderato incontrarvi allora! Non sarei partita.>>
<< Sei partita perché potessi ritornare adesso, perché potessi rivedere questi luoghi e soffrire per lo squallore della tua anima. Non si elude il destino. Ti sei fatta quasi vecchia, e solo ora mi è dato di mostrarmi a te.>>
 
Chissà come proprio in questo momento mi viene in mente la storia di quella famiglia di emigrati che erano così attaccati alla loro terra, tanto che ogni volta che potevano ritornarvi portavano con loro tutto ciò che potevano, soprattutto i fiori dei loro campi, piantine e erbe. Avevano inventato un sistema per conservare a lungo quei vegetali, tanto che i fiori e le piante, seccando, non perdevano nulla della loro bellezza. Era un procedimento simile direi, alla imbalsamazione, se non fosse strano usare questa parola per dei vegetali. La cosa più strana è che avevano preso ad amare questi prodotti senza vita, tanto che non sentivano più il desiderio di tornare a cercarne di freschi.
La jana mi aveva ancora letto nel pensiero e dice sorridendo:
<<Ti è venuta in mente questa storia perché essa ha una certa somiglianza con la tua situazione: quei fiori sono come i tuoi ricordi, belli e splendenti ma, in fondo solo ricordi. Non è forse vero che preferisci i tuoi ricordi alla realtà di oggi?>>
E` vero, la jana ha ragione. Chino la testa e quando la rialzo presso di me non c'è più nessuno. Ho la netta impressione di sentire bisbigliare tutto intorno e di sentire risatine soffocate.
Mi rialzo e mi sento leggerissima.
Dio! Da dove giungono questi profumi di oleandri? Possibile che il valloncello sia già in fiore? Il vento fischia canzoni  sui sassi e scogli, come suonasse un organo, le onde spumose vanno e vengono a infrangersi senza più rabbia, i gabbiani sfiorano con le ali il mare e le loro strida si fanno sempre di più amichevoli. Mi volgo verso il paese da dove arrivano richiami di bambini. Passo tra cespugli di rosmarino, che presto saranno in fiore, e dopo un poco mi fermo. Apro la borsa, ci frugo un po' dentro, ma non trovo ciò che vorrei. Finalmente mi decido. In mancanza di qualche dono più consistente, strappo un foglietto da un mio quadernetto e ci scrivo sopra dei versi. Lo depongo poi su di un masso e lo tengo fermo con una pietra più piccola. Faccio una ventina di passi poi mi volto: il foglietto non c'è più. Sorrido beata mentre il vento mi accarezza con mani di janas e mi spinge verso il paese.

 

 
 
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 ©Uwe Wienke